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Ingeborg Bachmann, “Il buon Dio di Manhattan”

INGEBORG BACHMANN – Il buon Dio di Manhattan – Adelphi

“A questo mondo il tempo è poco. E quando tutto sarà scoperto e tradotto in formule, io ancora non avrò capito lo smalto dei tuoi occhi cangianti e la bionda steppa di peluria sulla tua pelle. Quando tutto sarà conosciuto, creato e ridistrutto, io mi perderò ancora nel labirinto dei tuoi sguardi. E il singhiozzo che sale per la via del tuo respiro mi sgomenterà come nulla al mondo”.

La giovane Ingeborg dei radiodrammi è già connotata, marchiata e illuminata da quella “follia dell’assoluto” che Hans Holler sceglie come titolo del suo libro biografico a lei dedicato, individuandola come chiave di lettura o formula esplicativa in grado di schiudere, per quanto possibile, le vie segrete di una esistenza, di donna e di poetessa. La follia dell’assoluto che discende con implacabile coerenza dal “coraggio di essere”, quel coraggio che, secondo Aldo Gargani – che così ha intitolato un suo saggio sulla cultura mitteleuropea e la sua introduzione ai “Diari segreti” di Ludwig Wittgenstein – è segno distintivo della fiorente stagione letteraria austriaca che ha visto formarsi ed evolversi, attraverso la spietatezza verso se stessi e l’inesausto lavoro sul linguaggio, avvertito come radicale esigenza etica, l’intera opera di Thomas Bernhard e di Ingeborg Bachmann. Follia e coraggio sono il controcanto silenzioso dei versi della Bachmann, forse il segreto del loro discanto; follia, coraggio e bruciante amore per l’assoluto che la pongono fuori dai giochi consueti delle anime salve, fuori dai compromessi, predestinata fin da subito a vivere nella continua ricerca – “di frasi vere”, direbbe lei – affetta da una sorta di disperazione linguistica, tormentata dall’urgenza di smascherare inganni, tradimenti e mistificazioni, ma anche illuminata, esaltata – e quindi esaltante – nella sua fedeltà a quella miracolosa utopia che è la letteratura, quando, anche per poco, arriva a sfiorare l’indicibile.

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