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Jachym Topol, “Artisti e animali del circo socialista”

JACHYM TOPOL – Artisti e animali del circo socialista – Einaudi

“E cominciai a bere. Pensai a lungo ai ragazzi della nostra casaCasa, e poi mi resi conto che ero seduto con gli occhi gonfi di pianto su una strada di guerra dove non passava nessuno, circondato dal Bosco dei Mercanti, e che altro non mi rimaneva se non diventare un bandito solitario in una terra di morte che io stesso, con tutte le mie forze, avevo contribuito a nutrire di esseri umani”.

Il titolo, bellissimo, di questo romanzo ceco – profondamente ceco, nelle atmosfere, nel passo, nella visionarietà e nella felice proliferazione di una narrazione che travalica i paletti strutturali e moltiplica gli scenari sotto gli occhi del lettore, disorientandolo e insieme legandolo con una sorta di filo d’Arianna – è dotato di una propria forza attrattiva e funziona egregiamente come indicatore di poeticità. Connota quel tanto di meraviglioso e inconsistente, evanescente e miracoloso, ma anche stranamente triste e malinconico, per la sua natura labile e volatile, nemica del tempo e della ordinaria quotidianità, sradicata da ogni luogo, impossibile da replicare o trattenere, che è indissolubilmente legato all’immaginario circense. E per noi, lettori occidentali, evoca anche l’eccezionalità e l’esoticità, il rigore dell’addestramento, la perfezione nell’esecuzione, la natura quasi filosofica di una mentalità che fa del circo uno stile di vita così affine alla profondità dell’anima slava.

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