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Von Hofmannsthal, “La mela d’oro e altri racconti”

HUGO VON HOFMANNSTHAL – “La mela d’oro e altri racconti” – Adelphi

“Eppure non aveva mai il pensiero che osservassero lui di persona, lui che passava in quel punto a capo chino, o si inginocchiava presso un garofano per legarlo con un filo di rafia, o si curvava sotto i rami; ma gli pareva che guardassero l’intera sua vita, la sostanza più profonda del suo essere, quella sua incomprensibile insufficienza umana”.

“Eravamo di una trionfale tristezza”, e questo “noi” indica quel gruppo di giovani intellettuali che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, al lento chiudersi di un’epoca, avvertono “l’anima di questa Vienna che forse vibra per l’ultima volta”. Trovo citate queste belle parole di Hofmannsthal nella sezione a lui dedicata del ponderoso e illuminante volume di Ferruccio Masini “Gli schiavi di Efesto. L’avventura degli scrittori tedeschi del Novecento”. E trovo questa espressione perfetta per sintetizzare, in modo però estremamente allusivo, l’impressione suscitata nel lettore da questi nove racconti giovanili di Hofmannsthal. Un autore che appare già colto e raffinato quando, poco più che adolescente, scrive il primo di questi racconti, “Giustizia” – ma precocissima è comunque anche la sua vocazione teatrale. Difficile definire questi testi, per i quali le usurate categorie di genere risultano poco significative; in queste pagine lo scrittore va componendo una fitta trama di allegorie, favole, paesaggi, presagi lirici, riflessioni e divinazioni, che costituiscono il primo passo dell’ininterrotta evoluzione della sua opera, sostanzialmente unitaria, dove novelle, drammi, commedie, romanzi e libretti musicali contengono echi e rimandi che li collegano l’uno all’altro.

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