Vladimov, “Tre minuti di silenzio”

GEORGIJ VLADIMOV – “Tre minuti di silenzio” – Jaca Book

“Uscii. M’arrestai sotto alla torretta. L’acqua riluceva come scaglie di pesce, si riversava dal getto di prua e lontano lontano, al di là dei mari incantati, baluginavano i focherelli delle Lofoti. L’aria era ebbra e selvaggia, come pregna di alcool. Come si fa a sapere, pensavo, quando arriva quel giorno in cui all’improvviso si capisce che è troppo tardi, che la vita ti è sfuggita?”

E’ molto bello questo libro, bello e generosissimo, un libro sul mare, sul tempo e sul silenzio che ti conduce in un viaggio interminabile, avventuroso e pericoloso, a bordo di un peschereccio in navigazione nei mari dell’Atlantico del Nord all’inseguimento dei banchi di aringhe. E’ naturale aspettarsi da un libro del genere che questo mare che pervade ogni pagina e che è teatro di vicende e sentimenti sia una metafora della vita e del destino dell’uomo. La letteratura in fondo ci ha abituato a questo, soprattutto la grande letteratura.

 Il fatto è che Vladimov, nelle sue 399 pagine sembra invece volerci dire che questo mare, destino, passione e dannazione dei pescatori che l’hanno scelto per la vita, è proprio mare, vero, concreto, mutevole e sfuggente, dignitoso demone al quale tutto deve essere sacrificato, perché mancargli di rispetto e sottovalutarlo equivale a morire. Non metafora della vita ma palcoscenico della vita. C’è un legame forte e indissolubile che lega tutti questi uomini al mare ed è la fatica, quella vera, che è continua sfida alle proprie forze, che conduce ad un passo dall’annientamento, concede brevi attimi di riposo e poi ricomincia, in un ciclo infinito. Tra le righe, mai espressa ma sottintesa, c’è la convinzione che è questa fatica a regalare sacralità al mare, così come in altri libri di autori russi è la fatica che crea un legame forte e indissolubile con la terra. “Forse esiste una legge: ad alcuni è dato di vivere al caldo, ad altri di gelare e inzupparsi fino alle ossa. E io ero nato per gelare e infradiciarmi. E per non abbandonare il posto di guardia. Ero stato io a scegliermelo, nessuno ne aveva colpa”. Come non confrontare l’altezza morale di questa concezione, condivisa, più o meno consapevolmente, da tutti gli uomini dell’equipaggio del peschereccio “Il Corsiero”, con la pretesa di addomesticare il mare, di renderlo inoffensivo scenario di un villaggio turistico galleggiante che ha portato ultimamente alle note e tragiche vicende di cronaca? C’è un protagonista in “Tre minuti di silenzio”, il marinaio Senja Salaj, voce narrante dell’intera vicenda, ossia dell’intero viaggio ma, inevitabilmente, il peschereccio diventa subito un microcosmo nel quale si intrecciano storie ed esperienze della più varia umanità; la generosità di Vladimov sta nella sua capacità di inserire il lettore nello stesso microcosmo, di “insegnargli” che cos’è la vita sul mare, e di farlo esattamente come i marinai più anziani fanno con i novellini, mettendoli alla prova e osservandoli a distanza, perché come si può insegnare ad amare il profumo dell’oceano e a sopravvivere ad un naufragio? Mentre navigano e faticano questi uomini non possono che portare con sé la propria vita, ma anche in questo il mare agisce come filtro, non ci si può imbarcare con bagagli troppo pesanti, sulla nave si porta ciò che è essenziale, l’amore, l’amicizia, il rispetto per chi è più anziano, l’indulgenza per chi è più giovane, tutto il resto, prima o poi finisce tra le onde. Un libro d’azione dunque, scritto con un linguaggio denso e colorito che, a tratti, in improvvisi minuti di silenzio, regala profonde e disarmanti considerazioni: “Tu vivi. C’è almeno una giornata della tua settimana che ti s’imprime nella memoria. Perché l’uomo ricorda quando ha incontrato delle difficoltà. Quando ha avuto fame, quando s’è rotolato in trincea. Quando ha diviso una sigaretta in tre e gli è rimasto il mozzicone. Ma quando uno vive in un comodo appartamento con vasca da bagno e wc, è stupendo, per diavolo, ma non c’è nulla da ricordare…”

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