Pasternak, “Il salvacondotto”

BORIS PASTERNAK – “Il salvacondotto” – Passigli

Si potrebbe giudicare questo libro superfluo e non essenziale se lo si paragona alla grandezza della prosa del “Dottor Zivago” ed all’innegabile suggestione racchiusa nei versi di Pasternak. Il lettore può quindi inoltrarsi nell’opera dell’autore ed apprezzarla quanto merita, anche se privo di questo salvacondotto. Ma spesso è in ciò che a prima vista appare superfluo che si nascondono tesori inaspettati, sono quindi felice di aver letto queste pagine. Poiché, se è vero che l’opera, una volta prodotta, ha una sua vita autonoma, alla quale il lettore in qualche modo partecipa e alla quale contribuisce, è anche indubbio che per il vero appassionato di letteratura è di vitale interesse venire a conoscenza di quel vero mistero (e insieme miracolo) che è la storia della formazione di una voce poetica, dei percorsi attraverso i quali si è formata, delle passioni di cui si è nutrita, soprattutto all’origine, e degli incontri da cui ha tratto ispirazione. “Il salvacondotto” dà l’opportunità di apprendere tutto ciò dalla stessa voce di Pasternak: non si può quindi certo definire un’autobiografia nel senso più stretto del termine, quanto una riflessione pubblica, la presa di coscienza di uno scrittore che rievoca le proprie origini spirituali e culturali, e che permette ai lettori di ripercorrere insieme a lui le prime tappe del proprio percorso formativo.

 Il libro ha inizio con un incontro e si conclude con un commiato. In entrambi i casi si tratta di un grande poeta. Il primo è Rainer Maria Rilke (alla memoria del quale il libro è dedicato) che Pasternak nel 1900, a dieci anni, incontra durante un viaggio in treno. Rilke, nel suo secondo viaggio in Russia, si sta recando a far visita a Tolstoj e, nella memoria del piccolo Boris, si fissa come l’immagine di “un tale avvolto in una nera mantella”, accompagnato da una donna alta “forse sua madre o forse una sorella maggiore” (si tratta in realtà di Lou Andrea-Salomè). Il secondo è Vladimir Majakovskij e il 14 aprile 1930, il giorno del suo suicidio, rappresenta anche la data conclusiva del “Salvacondotto” (che verrà pubblicato l’anno successivo). Dall’osservatorio privilegiato che questo libro rappresenta sull’origine della creatività di Pasternak, si apprende innanzitutto che il suo percorso formativo inizia dalla musica, prosegue con la filosofia e trova infine nella poesia gli strumenti espressivi più adatti. E forse, in parte, è questo il segreto del continuo dispiegarsi del suo linguaggio tra armonia e pensosità, tra la tentazione della dolcezza e l’esigenza dell’esattezza rigorosa. “Più di tutto amavo la musica, più di tutti in essa amavo Skrjiabin”, e ancora: “Ne dissero molte, ma l’essenziale è che, pur se avessero detto il contrario, non sarei riuscito a concepire la mia vita senza la musica”. E sarà proprio Skrjiabin ad indirizzare il giovane Pasternak verso gli studi filosofici. Nel frattempo l’influenza di Bely e Blok lo spinge verso la letteratura: “Udivo spesso il sibilo d’una tristezza, che non era nata con me. Aggredendomi alle spalle, quel sibilo mi atterriva e mi colmava di pietà. Veniva dalle cose quotidiane e ora minacciava d’intralciare la realtà, ora scongiurava d’essere associato all’aria viva, che nel frattempo s’era spinta assai lontano. Nel volgermi indietro consisteva ciò che si chiama ispirazione”. “Il salvacondotto” è anche un libro di luoghi, non certo un resoconto di viaggi, ma una sorta di omaggio ai luoghi dell’anima, tra tutti, due: Marburgo, scelto da Pasternak come sede degli studi universitari, e Venezia, meta di uno dei suoi viaggi e luogo dell’incontro con l’arte italiana. I capitoli che concludono la seconda parte, dedicati al tempo da lui trascorso in questa città, costituiscono un libro nel libro; sono pagine in cui il lettore è costretto a rivedere la città attraverso gli occhi di Pasternak e ad aggiungere suggestioni inedite al proprio immaginario veneziano. Architetture, atmosfere, luoghi, scorci ed incontri che costituiscono una sorta di repertorio poetico: “Li chiamano palazzi, ma potrebbero esser detti castelli incantati, e tuttavia non c’è parola che possa dar l’idea di questi tappeti di marmo colorato, a strapiombo sulla laguna notturna, come sull’arena di un torneo medievale. C’è un singolare oriente, da albero di Natale, è l’oriente dei preraffaelliti. C’è l’immagine di una notte stellata secondo la leggenda dell’adorazione dei magi. C’è un eterno paesaggio natalizio: una superficie di noce dorata, spruzzata di paraffina blu. Ci sono le parole chalva e Caldea, magi e magnesio, India e indaco. Fra esse va compreso anche il colore della Venezia notturna e dei suoi riflessi acquei”. La terza e ultima parte del libro, vera miniera per chi ama la letteratura russa dei primi decenni del 900, è tutta dedicata a Vladimir Majakovskij. I due scrittori, coetanei (del 1890 il primo, del 1892 il secondo), si incontrano a Mosca nella primavera del 1914. Pasternak ne fa un ritratto che trasuda ammirazione e, soprattutto, profonda comprensione, delinea i tratti salienti del suo modo di essere, di agire e di vivere, che sono anche quelli del suo modo di concepire la poesia: “Più di ogni altro, Majakovskij era tutto nel suo manifestarsi. C’era tanto di espresso e di definitivo in lui, quanto poco ce n’è nella maggioranza, che di rado e solo per effetto di particolari sussulti esce dalle tenebre dei proprositi non lievitati e delle congetture non inverate. Lui sembrava esistere all’indomani di una vita spirituale immensa, vissuta intensamente per ogni caso, e tutti ormai lo sorprendevano nell’intreccio dei naturali effetti di quella vita. Sedeva su una sedia, come fosse il sellino di una motocicletta, si protendeva in avanti, tagliava e inghiottiva rapidamente una cotoletta, giocava a carte, guardando di sbieco e senza muovere la testa, passeggiava maestosamente sul Kuznetskij, recitava con voce strascicata e sorda, come litanie, i brani più intensi composti da lui o da altri, si accigliava, cresceva, viaggiava e si esibiva in pubblico, e nel fondo di tutto questo, come nel guizzo rettilineo d’un pattinatore, s’intravedeva sempre un giorno tutto suo, antecedente a tutti gli altri giorni, il giorno in cui era stata presa quella rincorsa meravigliosa che lo faceva apparire così immenso e agile. […] Eppure la molla della sua arroganza era una timidezza assurda, e dietro la sua simulata volitività si celava un’abulia eccezionalmente ombrosa e incline a un’immotivata tetraggine. Altrettanto ingannevole era il meccanismo della sua blusa gialla. Che non gli serviva per lottare contro le giacchette filistee, ma conto il nero velluto del suo talento, le cui forme leziose, dalle nere ciglia, avevano cominciato a irritarlo ben prima di quanto accada a gente meno dotata”. Ammaliato dalla sua personalità, Paternak ripercorre negli ultimi capitoli del “Salvacondotto” tutta la vicenda poetica ed umana di Majakovskij, fino a regalarci la testimonianza “in diretta” dei tragici avvenimenti del 14 aprile 1930, culminanti nell’ultima immagine del corpo morto del poeta, destinata a restare a lungo impressa nell’anima del lettore: “Giaceva sul fianco, il viso rivolto alla parete, accigliato, grande, nascosto fino al mento dal lenzuolo, con la bocca socchiusa, come in sonno. Voltando fiero le spalle a tutti, anche così disteso, anche nel sonno, sembrava slanciarsi caparbiamente chissà dove e allontanarsi. Il suo volto mi riconduceva ai tempi in cui aveva detto di sé “bello, ventiduenne”, perché la morte aveva ossificato la mimica, che raramente le capita di serrare tra i suoi artigli. La sua era un’espressione con cui dà inizio e non si mette fine alla vita. Era imbronciato e indignato”.

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