Lernet-Holenia, “Il Conte di Saint-Germain”

ALEXANDER LERNET-HOLENIA – “Il Conte di Saint-Germain” – Adelphi

“Adesso invece, se pure [le ombre dei morti] potessero ritornare e davvero ritornassero, non sarebbero più un conforto per noi. Perfino le ombre più care si aggirerebbero sconsolate in questo tempo profanato – o basta già invecchiare per rimanere profanati noi pure? Anzi forse, se ci scorgessero, si deciderebbero anch’esse, piangendo e gemendo, a fare quel che il tempo già fa: distruggerci”.

C’è qualcosa di peggio che perdere i punti di riferimento della propria vita, la mappa del proprio mondo, le certezze che parevano indiscutibili e immutabili, ed è perdere tutto ciò una seconda volta, e affrontare, di nuovo, il dramma dello spaesamento. Se infatti la perdita originaria provoca smarrimento, rimpianto e nostalgia, la seconda, per questo ben più grave e definitiva, è madre della disillusione e del disincanto. Ma la grande letteratura sa impadronirsi dello smarrimento soffuso di nostalgia e del più cinico disincanto, li declina nelle loro mille sfaccettature, dà loro carne e sangue, volti e accadmenti e, soprattutto, li rende sopportabili e persino esaltanti, perché li affida alla parola che, quando è grande stile, consola, anche se dà voce al dolore. Tutto ciò per dire che la cifra di questo romanzo, il disincanto appunto, mi appare il contraltare di quel bellissimo canto d’addio al mondo asburgico che è “Lo stendardo”. “Il Conte di Saint-Germain” rappresenta l’irrompere dell’irrazionalità, del sogno, dell’imponderabile, nella vita del protagonista, Philipp Branis, e in tutto ciò che costituisce il mondo dell’aristocrazia e dell’alta borghesia viennese tra i due avvenimenti salienti della storia austriaca del Novecento, le due tappe della dissoluzione di una patria: la fine dell’Impero nel 1918 e l’Anschluss alla Germania nazista nel 1938.

Al visibile, documentabile, registrabile declino testimoniato dai fatti storici, Lernet-Holenia intreccia quegli eventi incomprensibili, inquietanti e magici che portano alla dissoluzione della vita privata del protagonista, vittima di un’oscura profezia che ha origini lontane nel tempo, che lavora silenziosamente per realizzare un destino che si manifesta, anch’esso, in due tempi diversi. Un tradimento e un omicidio nel 1918 e, a distanza di venti anni, lo smascheramento e la crudele certezza, indimostrabile razionalmente, di non essere il padre del proprio figlio, di essere quindi destinato all’estinzione, esattamente come tutto il mondo che l’Austria rappresenta. La genialità della costruzione del romanzo risiede anche nella capacità dell’autore di gestire ai fini del racconto questi due diversi momenti temporali, così che il lettore ha costantemente l’impressione di trovarsi sull’orlo di un abisso e, da lì, di gettare lo sguardo indietro, nel passato, dove non può che scorgere la profondità di un altro abisso, che solo apparentemente era stato superato, perché è da lì che provengono incubi e premonizioni. Da lì nasce quella contaminazione degli affetti che, come un morbo, colpisce, annullandoli, i sentimenti più intimi del protagonista: la moglie, che lo sposa ma che ama un altro e lo tradisce, il figlio che sospetta non essere suo, che non ama, e che chiama per tutto il romanzo ironicamente e freddamente “il bastardo”, la stessa amante, bellissima ma da lui non amata, di cui, per una sorta di pena del contrappasso, si innamora suo figlio. E a nulla valgono tutte le armi che l’uomo mette in campo per difendersi dall’invisibile nemico, Philipp Branis non è certo uno sprovveduto, possiede ricchezza e prestigio sociale, una rete di conoscenze affidabili, è pieno di risorse e di possibilità, è colto e raffinato, dotato di una intelligenza acuta e di vaste conoscenze, utilizza la sua razionalità per indagare nel campo della religione, per leggere e cercare risposte nei libri, per discutere con le persone che più stima. Ovviamente non trova risposte, ma solo una sorta di conforto nella scrittura (tutto il libro è costituito dal suo resoconto scritto in prima persona) e un riconoscimento (e questa è una vera chicca letteraria) in uno scritto giovanile di Hugo von Hofmannsthal, “La novella della 672° notte”, il racconto che, dice, “ha per tema il nostro declino” e nella cui fine intravvede la sua, quella di tutta la sua generazione e di tutto il suo paese. Nelle pagine di questo romanzo in cui risuonano temi e voci della Letteratura mitteleuropea del Novecento, è nascosto una sorta di brevario del disincanto; sono frasi disseminate lungo il percorso che porterà il protagonista alla resa drammatica di fronte alla potenza dell’imponderabile, ma che contengono arguzia, fierezza, dignità e poesia:

1) “Il mondo è fatto di esaltati e di disillusi”

2) “Non esiste una vera comunione, esiste solo la compassione”

3) “Non c’è concesso di dare spontaneamente, e invece veniamo defraudati”

4) “Non facciamo altro che sostenere il peso del nostro prossimo”

5) “Le cose si tengono stretto il loro disordine”

6) “Tutti, costantemente, siamo alla ricerca di qualche cosa: e la cerchiamo invano negli altri, nel mondo, perfino in Dio”

7) “D’ora in poi la vita non sarà più vita, la morte non sarà più morte, e il mondo non sarà più il mondo”

8) “Può darsi che anche la nostra vita non sia null’altro se non un ricordo nella mente di creature convinte di essere noi, e che i nostri ricordi non siano altro che i sogni di qualche fantasma”

9) “Chi vive, vive sempre a spese degli altri, perfino quando vive male”

10) “Ho la sensazione che ciò che esiste si stia ritraendo da me, e mi incalzi invece, sempre più da presso, ciò che non esiste”

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