Mari, “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti”

MICHELE MARI – “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti” – cavallo di ferro

“Orazio, quando tu guardi la candida Luna, come puoi dire che non sia Ella a guardare te?”

Le pagine di questo libro sono comprese, accompagnate e custodite da un’epigrafe e da una quarta di copertina dense di rimandi significativi, soprattutto per un lettore che, come nel mio caso, le attendeva da molto tempo, pregustando il momento dell’incontro. L’antico proverbio boemo riportato in epigrafe (“Se incontri il lupo, prendilo per fratello, perché egli conosce la foresta”), oltre a generare un senso di familiarità e di riconoscimento per l’inaspettata comparsa della terra boema, dove certo non mi aspettavo di trovarla, con tutta la sua capacità di addomesticare l’orrore decantandolo nella quotidianità, dà anche una immediata direzione alle aspettative, perché predispone mentalmente ad associare il verso leopardiano del titolo alla licantropia, alla metamorfosi, alle leggende legate all’orrore della trasformazione e della perdità dell’identità. Tutto ciò suscita anche una certa curiosità nei confronti dell’esito narrativo di una materia che appare a prima vista inusuale, azzardata e, trattandosi di Leopardi, ad un passo dalla dissacrazione. Ma la quarta di copertina è affollata di numi tutelari, rassicura e predispone favorevolmente. Manganelli definisce questo libro un “capriccio”, associandolo al valore musicale e passionale della parola, presentandolo quindi come una piccola opera riconoscibile, definibile dal suo carattere di compiutezza e di leggerezza, che si distende nello spazio così labile che si apre tra la sperimentazione linguistica e lo scavo esistenziale, tra il gioco erudito e l’introspezione.

Il linguaggio, quello che per Mari è sempre gioco ma anche raffinata ricerca, la cifra e il segreto della sua creatività, è ciò che, secondo Gesualdo Bufalino, lo accomuna e lo avvicina alla prosa di Tommaso Landolfi. Inevitabile per me riandare allora alle parole con cui Mari chiude la sezione dedicata a Leopardi del suo “I demoni e la pasta sfoglia”: “E mi conforta, sempre che non sia faziosità di tifoso, constatare che l’eredità di un libro tanto amato come le Operette morali sia ripartita soprattutto fra alcuni esponenti del mio canone d’affezione: Landolfi e Manganelli e il Gadda delle Favole su tutti”. Un ideale scambio e un reciproco riconoscimento, quindi. Sempre in queste pagine trovo un altro gioco di specchi: nelle parole che l’autore usa per definire l’opera leopardiana è nascosta anche la chiave di quella letterarietà che tanto mi piace in Mari: “… l’opera di un poeta letteratissimo che come nessun altro sapeva trarre la poesia dalla filologia e dall’erudizione, e che anzi nei più impervi e scoraggianti apparati di scholia e nelle glosse più peregrine andava eroicamente e paradossalmente a cercarsi il palpito stesso della vita: l’osceno insomma, l’indicibile, l’immediato…”. Per concludere, infine, la preliminare perlustrazione dei territori di questo libro, un’ultima evocazione. Il riferimento alla mitologia (Minotauro, Sfingi, Centauri, mostri mezzo uomini e mezzo animali, animali che furono uomini o uomini che furono animali) come emanazione della nostalgia, mi riporta al bellissimo libro di Ginevra Bompiani, “Le specie del sonno” e alle sue creature fatte di “immane stanchezza”, “disperazione” e “pianto”, “acciuffate per i capelli dal pensiero e per le zampe dall’istinto smanioso”. Dopo poche pagine, la scelta linguistica di Mari appare come l’unica possibile, aderisce con naturalezza alla materia della narrazione, tanto che il lettore non percepisce più come inusuale un linguaggio così arcaico e letterario, ma, anzi, si lascia condurre dalla sua musicalità, si adatta ad esso e al mondo che evoca. Alla forma diaristica, al resoconto quasi giornaliero è lasciato il compito di riferire i fatti; è attraverso questa struttura così adatta alla precisione e alla documentazione che l’autore sviluppa quelli che mi sembrano gli aspetti portanti del romanzo. L’intreccio avvincente, perché Mari possiede, prima di tutto, l’istinto del narratore, crea aspettative, semina indizi, conduce e guida il lettore attraverso quella che Citati chiama “la tenebra attraversata da lampi e da sottili scie luminose”. La letterarietà, intesa anche come compiacimento nell’erudizione, che trova qui il suo ambiente naturale nella sterminata biblioteca del palazzo di Recanati, teatro delle ricerche filologiche del giovane Leopardi (e che ha come elemento complementare la compilazione di liste e classificazioni, spie della passione dell’autore per i repertori e le collezioni). L’intrusione nella quotidianità dell’elemento fantastico/orrido, qui innescato dalle ricerche preparatorie all’opera leopardiana “Saggio sopra gli errori popolari degli Antichi”, che giustifica le frequenti incursioni nel serraglio di esseri mitologici e mostruosi che la cultura classica e la tradizione popolare mettono a disposizione del giovane Leopardi, fino a focalizzarsi intorno al fascino ammaliante e inquietante, perché doppio, della Luna: “… che tuttavia la stessa Luna ha due volti, come significa la Mitologia de’ Greci riconoscendo in ella ora Artemide ora Persefone, l’una casta e pura e l’altra contaminata da Dite, quella reina del cielo, questa degli abbissi infernali…”. E, infine, la paura: “Ascoltami Orazio, l’uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura”; la metamorfosi: “Io penso…io sento che la Luna appunto ci chiami e ci svegli, ma che sia più condizione che causa, e che ‘l germe della metamorfosi sia già deposto in colui che chiamato risponde, e che il fascino di cotesta relazione si è il suo essere ascosa, e lunghissima…”. Fino alla splendida resa, contenuta nelle ultime parole del giovane poeta che riconosce come sua più autentica natura “questo spasmo di vita involuta che mi preme e tumulta nel petto”, che lo farà forse correre insieme al lupo uscito dalla selva, a meno che non lo salvi la poesia. E ora, arrivata alla fine, mi accorgo che forse l’unico vero commento a questo libro lo dovrebbe fare lo stesso Giacomo Leopardi, e in effetti l’ha fatto. E’ contenuto in queste parole dello “Zibaldone”: “Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che il suo stile sia padrone delle cose: in ciò consiste la perfezion dell’arte, e la somma qualità dell’artefice”.

3 responses to “Mari, “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti”

  1. Francesco Luigi Bovi

    Ciao Anna! Sei finalmente riuscita a goderti questo romanzo secondo del tuo amato Mari, pregustato dopo lunga astinenza – causa l’insondabile politica dell’editoria nostrana e casereccia che lascia per anni autori importanti e riconosciuti nel limbo cartaceo dei ‘fuori catalogo’, per poi riproporli ristampati solo dietro richiesta a furor di popolo o non prima che si avvistino all’orizzonte lettori armati e in rivolta. Nel caso del Nostro, sembra poi che il giochetto del “ripubblicato da” si sia ripetuto negli anni con una certa assuefazione, attraverso il trasferimento del copyright da editore piccolo a grande o viceversa (v. La stiva e l’abisso, Bompiani 1992 – Einaudi 2002; Filologia dell’anfibio, Bompiani 1989 – Laterza 2009; e stessa sorte è toccata a Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Longanesi 1990 – Marsilio 1998 – Cavallo di Ferro 2012). Mi piacerebbe indagare sui fondamenti ‘logici’ che portano a questa sorta di cannibalizzazione e ricomposizione dell’opera letteraria nella sua dimensione spazio-temporale …
    Hai fatto bene, dunque, a dirla tutta su questa novella gotico-licantropica e anche con un po’ di clangore, visto che qui siamo ad un passo dalla dissacrazione del vate di Recanati.
    Cosicché io, non avendo ancora sperimento il piacere tenebroso nel leggerla, sto ‘in campana’ ed eseguo i tuoi ordini nel prendere tra le mani un testo simile, per quanto ci si possa già affidare a quei santi numi letterari (Manganelli, Bufalino) che si sono prodigati nell’indicare al lettore medio almeno l’indicazione mappale della via maestra da seguire per la comprensione semantica del racconto.
    Resterebbe aperta, tuttavia, una ‘quaestio’ che giustificherebbe pure il versamento di un torrentello di inchiostro anche da parte di un illustre accademico; voglio riprendere qui proprio quel riferimento bibliografico dell’opus leopardiana che tu hai citato con somma cognizione di causa: “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”. Secondo il mio parere, al fine di comprendere appieno la natura autentica di Giacomo Leopardi, andrebbe svelato e divulgato proprio quello che ai più, me compreso, non è stato detto al liceo sull’importante componente scientifica che è alla base della cultura filosofica del de cuius. L’opera cioè – per dirla alla Mari – di un poeta ‘scientist’, nutrito di cultura illuminista e naturalistica (perfino un Buffon tra le sue letture giovanili), che scrisse una “Storia dell’Astronomia” a soli 15 anni e che imparò da solo il greco, l’ebraico, il francese e il tedesco. Scusate se è poco …
    Francesco Luigi Bovi

  2. Francesco Luigi Bovi

    Nota a margine.
    Ti aggiungo, Anna, quanto segue. La decisione presa dal Mari, che a te è parsa come l’unica possibile, di utilizzare un linguaggio letterario arcaico perché più consono alla ricostruzione storica del ‘falso’ diario, se da un lato non viene percepito dal lettore come una dissonanza lessicale, dall’altro mi fa sorgere il timore che proprio la “musicalità” di questa lingua desueta ma filologicamente perfetta non basti per addentrarsi con agio nell’impianto sintattico del testo. Non escluderei, quindi, che il fatto di incontrare costantemente in ogni pagina tali ‘forzature’ linguistiche, sia pure ‘canoniche’ e rispettose del genus italicum, ma la cui letterarietà non è prontamente riconoscibile e familiare, possa indondere in chi legge la convinzione di avere di fronte un pesante organismo geneticamente modificato, ottenuto impiantando nel materiale narrativo gli stilemi e i preziosismi di lontani trisavoli e di zii antenati (Parini, Gadda). E’ certo che il Mari non ha bisogno di tenere al guinzaglio il suo pubblico ipercolto, né paventa, da buon aristocratico ottocentesco, che la critica cominci a parlare di un “caso mari” da analizzare ‘in vitro’, allontanando così i lettori più timidi e più sprovveduti in avvicinamento alla sua opera. Anzi, ritengo che il Nostro non concepisca nemmeno in lontananza l’eventualità di una fruizione più democratica del suo ‘mimetismo linguistico’, preferendo che i suoi costrutti iperletterari restino delle pure invenzioni poetiche destinate a pochi eletti.

  3. Ti ringrazio per le tue considerazioni. Sai, in fondo per noi lettori il linguaggio e lo stile di un autore sono proprio i suoi lineamenti, quelli che lo rendono riconoscibile e, per me, che odio l’appiattimento e la “globalizzazione” linguistica, ciò è tanto più evidente in Mari. Le fasi di progettazione e di realizzazione di un’opera letteraria sono quanto di più affascinante esista ma io sono convinta che la scelta formale non sia propriamente una scelta che l’autore prende a tavolino prima di iniziare a scrivere. La forma probabilmente ha radici molto lontane, che hanno a che fare con la cultura dello scrittore, ma anche con la sua natura, con la forma stessa del suo pensiero. Posso naturalmente sbagliarmi, ma io credo che esista una naturalezza nell’uso di una qualsiasi forma, che il lettore avverte, pena l’artificiosità, e ciò vale sia per la forma “alta” sia per quella colloquiale o gergale. Per quanto riguarda poi il rapporto tra scrittore e lettore, ecco io penso che in fase di scrittura questo rapporto non esista proprio, o meglio, credo che il vero scrittore non se ne preoccupi affatto. La scrittura nasce come esigenza, la letteratura o è del tutto libera da preoccupazioni di successo e di aspettative, oppure non è letteratura (e di libri nati con l’attenzione alle esigenze del mercato sono piene le librerie, nascono numerosi e spariscono velocemente nell’oblio). Credo invece che questo rapporto scrittore/lettore nasca dopo, quando il libro incontra il suo lettore. E anche questo, come ogni incontro, è libero. La sintonia passa attraverso mille strade. Nell’attesa che finalmente siano disponibili altri libri di Mari, ti ringrazio per aver posto questa interessante questione. Un saluto.

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