Adolf Muschg, “Almeno per cominciare”

ADOLF MUSCHG – Almeno per cominciare – Edizioni Controluce

“Non era successo niente, ma quando salì le scale, ebbe la certezza che tutto era finito, e capì che non c’era mai stato nulla. Fu un crollo immenso e tuttavia completamente silenzioso, incessante; non sentì neppure che stava precipitando. Ma ciò che si diffondeva attorno a lui era ormai solo l’eco beffarda e la fioca parvenza delle cose. Si ritrovò come risvegliato da uno sfinimento durato quarant’anni, ma per cosa? Non c’era più nulla.”

La solitudine non è certo un tema insolito per un autore contemporaneo, ma quella con cui fanno i conti i personaggi di Muschg possiede un’impronta che la rende inedita e, in seguito, riconoscibile. Perché la sua scrittura è come una macchina da presa, non certo asettica, ma a suo modo impietosa che nemmeno per un attimo abbandona l’inquadratura in primo, anzi in primissimo, piano sul protagonista, escludendo così altre presenze, altre esistenze, che divengono, seppur presenti, accessorie e, forse, funzionali. C’è una luce sospesa, la luce della ribalta, ad accendere ognuna di queste pagine e il lettore non può che attendere il sopraggiungere del momento estremo dell’assoluta sincerità di un’anima e seguirla, per un tratto, trascinato da una scrittura a tal punto concentrata e tesa che si permette di tralasciare, addirittura di dimenticare, la prevedibile necessità di una trama completa. I racconti di Muschg non sono mai lineari, ma procedono a piccoli passi, in un percorso concentrico –  fatto di progressivi avvicinamenti ed improvvise deviazioni – verso il cuore dolente di un fatto drammatico o addirittura tragico che, arrivati al dunque, per una sorta di estremo pudore, viene solo sfiorato o protetto dalle sue ripercussioni, dalla sua eco, quasi sempre imperitura.

La solitudine, quindi, l’estraneità, come un blasone, come un tratto fisico, un lineamento ereditato da padri lontani nel tempo e nello spirito, ribadite dagli stessi titoli delle raccolte dalle quali sono stati estratti i quattro racconti compresi nella presente edizione: “Corpi estranei” e “Lontani conoscenti”. Perché l’estraneità è fisica e si tocca con mano, anche quando gli stessi corpi sono indissolubilmente ma anche innaturalmente uniti e la solitudine, ambita come un desiderio estremo, genera conflitti insanabili. Perché la conoscenza vera, la piena intimità, quella che accoglie, consola e, cosa ancora più importante, è in grado di rivelare a se stessi la propria verità, è possibile solo in seguito ad incontri occasionali o fortuiti, con esistenze apparentemente lontane che, in un punto esatto del tempo e dello spazio, si illuminano della luce di un’improvvisa epifania.

C’è un percorso, una scansione emozionale più che logica nel susseguirsi di questi quattro racconti – potrei definirla anche una progressiva accumulazione di valore letterario – un percorso, forse, di apertura, di possibile incontro, se non con l’altro, almeno con la verità di sé. “Perché è attorno a questo punto, il punto dell’assoluta sincerità, che si deve far girare la terra, se su essa deve compiersi quello per cui è stata creata”. Un percorso, anche, da una situazione al limite, verso una supposta normalità, da una vita segnata da una delle più estreme e crudeli malformazioni fisiche e giunta alla sua fine drammatica ad un quadretto familiare entro il quale si compie la presa di coscienza di una madre. Un percorso attraverso luoghi che, dapprima esclusi dal libero fluire della vita, diventano poi lo scenario di un pellegrinaggio verso la ricostruzione di un tragico evento del passato e, infine, il teatro di una quotidiana ipocrisia sotto il cui velo esteriore si nascondono l’impazienza, la nausea e la paura. Un percorso dal rifiuto al riconoscimento, entrambi comunque dolorosi, come lo sono la morte ma anche la nascita.

Se c’è qualcosa che accomuna i protagonisti di questi racconti, tra loro così diversi, è proprio il coraggio nell’affrontare questo dolore, non certo in modo eroico, e con modalità e strategie diverse, così come possono, come è a loro concesso dalla propria confusa, fragile, imperfetta umanità. Con un estremo gesto simbolico di ribellione e di fuga, con la resa progressiva alla fascinazione dell’altro, con la ricerca dell’intensità e della partecipazione, oppure con la disponibilità a ripartire dalla tabula rasa della propria esistenza: “… come se ognuno, alla nascita, ricevesse un pensiero che, morendo, deve abbandonare, e che invece si dovrebbe pensare fino in fondo, o almeno immaginare un poco, per rendere meno dolorosa l’assenza”.

Ma c’è altro in questi racconti che non si può tralasciare se si vuole rendere appieno la loro bellezza. Il rigore di Muschg convive con un inaspettato lirismo e con lampi di schiva tenerezza. Un lirismo povero, disadorno, quotidiano, riservato perlopiù alle descrizioni di esterni campestri, paesaggi immoti ma mille volte percorsi e per questo conosciuti ancora più profondamente di un viso familiare: “I suoi occhi, come quelli di un cane, corsero attorno alle loro figure, annusarono a destra e a sinistra, riconobbero ogni centimetro di quella terra appartata. Intorno ai pascoli crescevano delle piante che non c’erano da nessun’altra parte e che lui aveva sempre scansato al momento della mietitura, il trollio, l’eriforio, la scutellaria, l’ortica morta e, solo in un punto, la carnivora drosera. Aveva indicato quei posti alle figlie, ma loro non avevano dimostrato interesse”. Una tenerezza riservata ai gesti, timidi, sfuggenti, a volte solo tentati e mai portati veramente a termine, a volte addirittura incongruenti e impensabili nella situazione in cui avvengono, gesti fisici, mani che sfiorano o toccano il corpo dell’altro e che, con il valore simbolico di una liturgia, letteralmente riportano in vita o, meglio, risvegliano dall’incantesimo della rassegnazione e della impassibilità: “Era morto quel sé su cui aveva contato per così tanti anni e con quale fatica, eppure con quanta imprecisione. La mano dell’uomo lì fuori non aveva trovato nulla. Non c’era neanche nulla che avrebbe potuto spaventarsi o irrigidirsi. Soltanto lo stupore per la non presenza; ma questo stupore quasi mortale”. A fine lettura queste quattro storie lasciano l’impressione di essersi avvicinati ad un mondo letterario intenso, coinvolgente e allusivo, quel mondo che i lettori italiani hanno già potuto incontrare nelle raccolte “Storie d’amore” (Marcos y Marcos, 1990) e “L’impiccato” (Dadò, 2005), il mondo “di un forte poeta dell’incapacità di vivere la vita pienamente, nell’armonia di anima e corpo” (Claudio Magris), rappresentativo della grande letteratura svizzera contemporanea di lingua tedesca.

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