Laszlo Krasznahorkai, “Melancolia della resistenza”

LASZLO KRASZNAHORKAI – Melancolia della resistenza – Zandonai

“Aveva visto miliardi di cose inquiete, pronte al cambiamento continuo, aveva visto come dialogavano tra loro severamente senza capo né coda, ognuna per conto proprio; miliardi di relazioni, miliardi di storie, miliardi, ma si riducevano continuamente a una sola, che conteneva tutte le altre: la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza”.

Il romanzo di Laszlo Krasznahorkai possiede uno stupefacente e inconfondibile sapore epico; trasporta il lettore e lo trattiene in un luogo e in un tempo circoscritti e residuali, colti sul limitare di una inquietante apocalisse annunciata, che percorre con lentezza, un passo dopo l’altro nella loro desolazione sempre più minacciosa, facendoli nel contempo assurgere a metafora – una ricca e a suo modo ammaliante metafora – della mancanza di senso, della strenua resistenza alla mancanza di senso e della straordinaria poesia di cui la resistenza – melanconica perché consapevole della inevitabile sconfitta che la attende – si tinge, si colora e si abbellisce per il tempo, pur breve, della sua durata.

Un’immagine, potente e disturbante, è il centro intorno al quale si distribuiscono gli avvenimenti raccontati da questo romanzo notturno e invernale, dalle atmosfere pregnanti e allusive: quella della “sensazionale BLAAHVAL”, l’enorme balena, insieme mostro terrificante ed attrazione da circo. Immagine e visione che giace al centro di un romanzo immaginifico e visionario, un enorme corpo morto, domato eppur minaccioso, tristissimo nella sua definitiva resa, eppure in grado di accendere vibrazioni di repulsione, di meraviglia morbosa, di oscuro terrore e di infinita pena. E’ raro, sempre più raro, trovare uno scrittore capace di creare un’immagine letteraria che non sia solo frutto di capriccio, arguzia, pura fantasticheria o gioco fine a se stesso; è raro trovare uno scrittore capace di far assurgere a visione l’immagine letteraria che giace al centro delle trame percorse e create dalla sua scrittura. E non meraviglia che questo avvenga tramite la penna di uno scrittore dell’est. Perché la visione sa come farsi preannunciare e le fanno da portavoce il “silenzio da incubo”, “soffocato, costante, funesto” e “l’angoscia irrefrenabile” che fuoriescono come un fluido visibile dall’immenso vagone circondato dalla moltitudine, “dall’enorme vuoto in penombra della casa della balena”.

Ma c’è di più: la visione agisce ancora prima che il lettore sia messo al corrente della sua esistenza, della sua “pelle secca e rugosa”, della sua bocca “puntellata abilmente per restare spalancata”, dei suoi “piccoli occhi addormentati entro profonde cavità” e della sua “smisurata lingua inerte”. La visione, immagine totalmente inconsapevole di sé, compare nel bel mezzo di un mondo colpito dai segni premonitori di una imminente catastrofe, che sembra attendere il suo arrivo per deflagrare. E l’angelo di questa apocalisse urbana, drammaticamente permeata dalla più banale quotidianità, che lentamente corrode, destabilizza e sconvolge, è il “misterioso convoglio surreale” trainato “da una specie di scassato trattore antidiluviano” che contiene “una massa di carne immensa” dal dolciastro odore di pesce. La visione catalizza gli eventi, li anticipa e sopravvive persino allo svelamento del suo reale significato e del suo ruolo nell’economia del racconto, a riprova della sua esistenza, della sua esistenza letteraria che, a libro chiuso, permane, in virtù e come prova del suo valore.

Piazze, strade, luoghi, una geografia definita da inconfondibili toponimi ungheresi servono all’autore per tratteggiare la mappa di una città insieme reale ed inesistente, un luogo che è nessun luogo. Teatro ideale per quella concatenazione di eventi assurdi che costituiscono l’ossatura del romanzo e che rispondono ad una logica incomprensibile, ma chiaramente volta alla dissoluzione di ogni significato nella vita del singolo uomo e dell’intera società, destinati, la prima alla reclusione o alla pazzia, la seconda ad uno sterile susseguirsi di rivoluzione e normalizzazione. Il romanzo è quindi una potente allegoria dell’insensaztezza e della sostanziale inutilità di ogni tentativo di miglioramento sociale, di ogni rivoluzione, di ogni tipo di resistenza, destinata al fallimento, ma anche di ogni repressione, perché alla normalizzazione seguirà inevitabilmente una nuova rivoluzione e tutto ricomincerà, in un infinito susseguirsi di azioni e reazioni.

Detto questo, è però chiaro che Krasznahorkai accetta il gioco, il gioco delle parti, si immerge completamente nel tempo scandito dalle sue regole e lo riempie: di emozioni, inquietudini, visioni, incubi, eventi, sogni, deliri, di uomini comuni, di individui assetati di potere, di approfittatori, di malfattori e, persino, di eroi. Perché persino in un mondo epico in equilibrio sul nulla vivono degli eroi. E che cos’altro possono fare degli eroi se non resistere? Resistere e distinguersi dalla folla, asservita perché non sa, non capisce, non pensa o, addirittura, si accontenta. Resistere, melanconicamente, con quella tristezza un po’ dolce e disarmata che deriva forse dalla assoluta mancanza di speranza. Sono dolcissimi gli eroi di Krasznahorkai, e anche loro indimenticabili, come quella balena prigioniera nella sua vasca, che è anche la sua tomba, e nel suo significato simbolico. Dolcissimi e speculari e forse per questo disperatamente uniti l’uno all’altro: Valuska, l’anima pura che non si adegua e resiste perché non capisce il mondo e il Signor Gyorgy Eszter, che non si adegua e resiste e si isola dal mondo perché lo capisce troppo bene e non vuole più aver nulla a che fare con lui. Valuska col suo “perpetuo scarpinare” per la città con l’animo perso “nell’incurabile bellezza del suo cosmo personale”, e il Signor Eszter, il “maestro nella rinuncia all’agire”, con l’intransigenza della sua “ritirata strategica dalla penosa stupidità umana”. Sono gli eroi dell’epica del nulla, cantata da Krasznahorkai, quelli che indicano le uniche vie di fuga dall’assurdità del mondo, ma sono vie ardue e impercorribili che solo nell’alta letteratura rivelano il loro vero volto, la loro densa profondità, la loro ricchezza vibrante di vita e di armonia.

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