Fëdor Dostoevskij, “L’idiota”

FEDOR DOSTOEVSKIJ – L’idiota – Einaudi

Un secolo separa il Principe Myskin di Dostoevskij dal Principe Saurau di Bernhard: “L’idiota” viene infatti composto tra il 1867 e il 1868, “Perturbamento” esce in prima edizione nel 1967. Un filo rosso li lega, li mette in rapporto, li pone uno di fronte all’altro nella loro compiutezza, in un impossibile confronto e in un altrettanto impossibile dialogo. Nati da mondi letterari lontanissimi tra di loro nel tempo e nello spazio, può accadere che essi assumano ruoli analoghi nell’esperienza di un singolo lettore, entrambi oggetto, per motivi diversi, di un analogo “esercizio di ammirazione”. Può accadere che il primo sia responsabile dell’avvio di una affezione all’universo che la letteratura schiude, del contagio di quel vizio che si potrebbe definire “assurdo”, se non si temesse l’indebita intrusione nel mondo di Pavese; e che il secondo segni per sempre la futura direzione, delimiti il territorio che sarà per sempre una vera casa letteraria, da cui partire spesso, ma alla quale, altrettanto spesso, ritornare. Da un principe all’altro, da un idiota a un folle, è lungo la strada da loro segnata che sono diventata una lettrice.

Il Principe Myskin, l’uomo per cui la compassione è più forte di tutto, persino dell’amore, protagonista di quella che Dostoevskij considerava la sua opera più riuscita, è uno splendido antieroe dall’anima poetica, bella e ricca, che avanza controvento e contro ogni logica del mondo, disarmato disarma l’arroganza, umile umilia la presunzione, imbelle neutralizza il potere. Un uomo assolutamente buono che perdona tutto e scusa tutti, idiota per se stesso e per il mondo, un malato, un mentecatto, un discendente dei folli di Dio della tradizione russa. Il Principe Myskin incarna l’assoluta bontà, l’assoluta bellezza morale e sembrerebbe perciò possedere tutti i requisiti atti a suscitare l’antipatia e l’irritazione del lettore. Solo chi è comico o totalmente innocente, come un bambino, può permettersi di combattere contro i mulini a vento. Dostoevskij è riuscito ad illuminare “l’idiota” con la grazia dell’innocenza perfetta e a renderla plausibile mediante la malattia di cui è affetto, l’epilessia, che in qualche modo lo pone in contatto con la trascendenza. E’ riuscito a rendere viva e affascinante l’innocena estatica, a renderla il lievito di una complessa serie di rapporti umani complicati e tempestosi che, con il procedere del romanzo, vengono tutti irradiati dalla sua forza.

L’idiota appare sulla scena e ribalta le convenzioni sociali; la sua sola presenza è scandalosa, ma è uno scandalo che genera stupore più che indignazione e che opera il miracolo di mettere a nudo i rapporti autentici, profondi, tra gli uomini. Forse perché i rapporti umani sono il suo unico interesse; al di fuori di essi il Principe Myskin non esisterebbe, le sue parole, i suoi lunghi racconti – che hanno il tono di umanissime parabole – si collocano, tutti, in contesti dialogici, entro la cornice, usuale nel romanzo ottocentesco, delle conversazioni che si usano svolgere in società, oppure, nelle sequenze più drammatiche, le sue parole sono scandagli che penetrano nell’animo dell’ascoltatore, costretto alla resa, o strenuamente arroccato a difesa della propria imperfezione, del proprio umano peccato, o destino di perdizione, contro l’assalto dell’estremo bene, del bello assoluto. Insomma, il Principe Myskin che, con la fermezza dell’amore puro e disinteressato, legge nei cuori di tutti e si affida ai presentimenti e alle intuizioni più che alla razionalià e alle convenienze, non esisterebbe senza la sua controparte, l’inperfetta e tormentata umanità, senza l’umanità più restia alla redenzione perché non se ne ritiene degna, senza Nastasja Filippovna, per intenderci. L’idiota non esisterebbe al di fuori del dolore dell’uomo. E’ ciò che ha ben compreso Ingeborg Bachmann, forse per quel suo essere contagiata, a sua volta, dalla follia dell’assoluto – certo in tempi e contesti letterari molto diversi – scrivendo “Un monologo del Principe Myskin per il balletto-pantomima L’idiota” (spettacolo realizzato con le musiche del suo fraterno amico Hans Werner Henze): “Ferma! E’ te che scongiuro,/ volto dell’unico amore,/ resta limpido e calando le ciglia/ chiudi gli occhi sul mondo, resta bello,/ volto dell’unico amore,/ e solleva la fronte/ oltre il balenare dei dubbi./ Si spartiranno i tuoi baci,/ ti sfigureranno nel sonno,/ se andrai in cerca di specchi/ in cui ad ognuno appartieni!”.

Da un secolo all’altro, da un principe all’altro, dall’idiota al folle. Il Principe Saurau, nella sua splendida solitudine, cammina lungo le mura del castello di Hochgobernitz e pronuncia lo sterminato monologo che costituisce la seconda parte di “Perturbamento”. E come l’idiota non esisterebbe al di fuori del rapporto con il mondo, così il lucido folle bernhardiano non esiste al di fuori della cupa segregazione della sua mente, del labirinto che va percorrendo e misurando fino al suo estremo limite, senza neppure ipotizzare una sua possibile redenzione. Esclusa ogni possibilità di dialogo – “Evidentemente il tempo della nostra vita non basta per riuscire a farci capire” – sembra lontano, sempre più lontano, il luogo dove si trova la spiegazione di tutto. Esclusa ogni possibilità di dialogo, la voce non può essere che monologante e scandita, come una giaculatoria, da affermazioni lucidissime e consequenziali, intervallate da deliranti divagazioni che, attraverso arditezza di pensiero e raffinate costruzioni linguistiche, compongono un quadro distruttivo che distrugge il suo stesso artefice: “Io sono costruito interamente contro la realtà […] il più delle volte ormai trovo conforto soltanto nello sconforto”, “Ma l’uomo continua a parlare, parla continuamente, continua a parlare del proprio disgusto ogni volta che parla del proprio destino”, “I nostri maestri ci hanno lasciati soli. Non ci saranno maestri del futuro e quelli del passato sono morti”, “Siamo tutti orfani, non siamo solitari, ma sempre soli”, “Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo. Le nosre malattie distruggono sistematicamente la nostra vita, come un’ortografia che, diventando sempre più difettosa, distrugga se stessa.”. Un’insistenza che rivela forse la “gioia di inventare frasi complicate, ineccepibili”, un inarresttabile flusso di parole che dicono l’impossibilità del dire e che rivelano una fortissima valenza teatrale, propria di tutte le prose bernhardiane. Il Principe Saurau si staglia sullo sfondo buio del suo palcoscenico con i suoi occhi dolorosamente chiusi sulla propria disillusa interiorità, principe dell’intransigenza e dell’assoluto, così come lo è l’idiota, con i suoi occhi dolorosamente aperti sul palcoscenico del mondo.

2 responses to “Fëdor Dostoevskij, “L’idiota”

  1. Entrambi li devo ancora leggere, questi romanzi, ma nel frattempo mi sono gustata con piacere la tua analisi, come sempre accattivante e impeccabile.

  2. Grazie Alessandra. Sono i due libri che non ho mai smesso di rileggere. In qualche modo mi accompagnano. Sarò felice quando li scoprirai. Buon inizio d’anno carissima.

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