Thomas Bernhard, “La partita a carte”

THOMAS BERNHARD – La partita a carte – Einaudi

la partita a carte“Un uomo come me è un uomo pieno di artifizi, in perenne attesa che venga qualcuno e glieli mandi tutti in frantumi, semplicemente spaccandogli la testa, egregio signore”.

Andare oltre la soglia minima del vivere, dove ad ogni movimento si può cadere indifferentemente nella commedia o nella tragedia, farlo con precisione millimetrica, distacco salvifico e con il consueto grande stile di una scrittura-partitura musicale, avvolta lungo la spirale di una fuga che ritrova sempre il suo punto di inizio. Sostanzialmente “La partita a carte” è una prosa intessuta e costruita intorno ad un rifiuto, raccontato, reiterato, circostanziato, il rifiuto di concedersi alla pur minima parvenza di una vita accettata e proseguita, alla parvenza di un’abitudine che rompa, anche se per poco senza illusione e senza soddisfazione, la segregazione.

C’è sempre nelle prose di Bernhard il fascino di una parola che dice il lavorio magmatico di una mente istrionica e divagante, rinchiusa, ermeticamente incasellata, in una struttura quasi geometrica che misura la tenebra e, mentre la misura, la dice, la rende racconto. C’è il fascino della divagazione contenuta nei limiti sempre più angusti ma potenzialmente ricorrenti, e quindi sconfinati, di una scatola cinese. Poco, pochissimo, Bernhard concede alla narrazione tradizionale, poco più di due pagine iniziali, una premessa in fondo, del tutto funzionale al corpo centrale del romanzo che è costituito da un resoconto o meglio da almeno tre resoconti uno all’interno dell’altro dove, in un delirio di rimandi, il protagonista racconta al suo interlocutore epistolare – il matematico e giurista Undt –  ciò che un altro personaggio – il vetturale – gli ha riferito durante le sue visite e ciò che a lui ha riferito un terzo personaggio – il viaggiatore – riguardo al suicidio di Stiller, uno dei giocatori di watten. C’è come una distanza di sicurezza tra la materia della narrazione e il narratore, tutto un castello di rimandi che circondano come palizzate il cuore pulsante del romanzo che non è altro che l’ennesima dimostrazione circostanziata dell’impossibilità dell’esistenza se non sotto le spoglie falsificatrici della commedia o della tragedia, – “Per quanto mi riguarda, so che l’infelicità è una prova dell’esistenza. […] Tu sei in quanto sei infelice” – ma negli spazi che intercorrono tra queste barriere difensive il linguaggio racconta, monologa, delira, in un crescendo che con la sua bellezza, la sua strana armonia e la sua trascinante potenza vanifica ciò che vorrebbe dimostrare, ossia che non esiste la possibilità di esprimersi e di essere compresi.

Watten, cioè la partita a carte, è l’evento socializzante che lega la misera, brutale, malata e in fondo folle società alpestre di cui l’io narrante per propria scelta autolesionista fa parte. La traduzione italiana del titolo non rende però bene l’esatto significato della parola tedesca ed è in parte fuorviante, come spiega Fabio Polidori nel suo saggio “Watten, un gioco di verità”, contenuto nel n° 325 della rivista “aut aut”, dal titolo “Thomas Bernhard una commedia una tragedia”. Watten è infatti un gioco particolare, diffuso prevalentemente tra la Baviera e il Tirolo che deve essere appreso nell’infanzia, tramandato ai bambini dai nonni e dai genitori in una sorta di lungo apprendistato che sembra essere l’unica condizione per imparare a giocarlo in modo chiaro e con perizia. Watten è una esperienza formativa che decreta un’appartenenza e contribuisce inoltre a determinare un modo particolare di vivere, socialmente accettato e riconosciuto. Watten è un’eredità che ogni generazione lascia alla successiva, e non a caso il racconto di Bernhard reca nella sua versione originale un sottotitolo, “Ein Nachlass” – un lascito, una eredità – che non compare nella traduzione italiana (e che potrebbe anche riferirsi alla motivazione per cui il protagonista inizia lo scambio epistolare con il matematico e giurista Undt, la decisione di devolvere i proventi di un lascito consistente alle iniziative benefiche intraprese dall’insigne studioso a favore degli ex detenuti).

Il protagonista cede la sua eredità e decide di non giocare più a Watten, perfezionando e portando alle estreme conseguenze un processo di autosegregazione che già lo aveva visto ridurre sempre più drasticamente il proprio spazio vitale. Autosegregazione e rifiuto di ogni appartenenza come risultato obbligato di una lucida operazione logica che parte dalla constatazione di un costante senso di estraneità: “Spesso mi siedo tra loro, tra le persone, egregio signore, e parlo la lingua di queste persone, e ho mangiato quel che hanno mangiato queste persone, bevuto quel che hanno bevuto, ho avuto la loro stessa fame, sete, gli stessi interessi e così via, ma il mio cervello è diverso”, al quale si aggiunge la lucida analisi delle cause della propria solitudine: “Io, penso, mentre il vetturale tace, mi sento – anche se non ho ancora l’età nella quale un tale sentimento sia naturale – nella più completa solitudine perché non mi sono preoccupato per tempo di consolidare legami con persone a me affini nello spirito, non solo nella sensibilità, ma anche nello spirito, persone che pensino come me, non perché debbano anche sentire come me, ma che, come me, siano più attratte dall’improbabile che dalla verità, e che allo stesso tempo s’interessino anche di musica, arte e di tutto ciò che è fantastico”.

Questo racconto che in ogni sua parte sa di rifiuto, rinuncia, disagio e follia, che è, come dice il protagonista e io narrante, come dice Bernhard, “uno spartito della follia”, ha un suo centro geometrico perfetto, pulito, di una abbagliante razionalità. Un centro geometrico “perfettamente orchestrato”, un movimento musicale intessuto intorno allo smarrimento mentale di chi corregge continuamente se stesso riducendo progressivamente il proprio spazio vitale – il dottore e io narrante che si ritira dal piano superiore del castello, poi dal castello alla baracca, e infine rinuncia al tragitto nel bosco per limitarsi a tre giri intorno alla baracca – e di chi invece ha il coraggio di compiere la correzione definitiva – il cartaio Stiller che di punto in bianco si suicida. Dal centro esatto dell’orrore e della disperazione – sempre mediati e controllati dalla parola che li dice, li decanta e li corteggia rendendoli parte di volta in volta di una tragedia o di una commedia – si alza il monologo finale del romanzo che è, come sempre in Bernhard, caratterizzato da una fortissima valenza teatrale. L’autore sa come spegnere progressivamente le luci sulla ribalta della sua scrittura e, dal fondo nero far emergere le parole che “lentamente si trasformano in accadimenti di natura esteriore e interiore, particolarmente chiari proprio grazie alla loro artificiosità” (T. Bernhard, “Tre giorni”, in “aut aut”). E sembra di ascoltare ancora una volta la inconfondibile voce del principe Saurau di “Perturbamento” e le sue verità reiteratamente pronunciate, nascoste nell’eccesso, la sua volontà di verità talmente incontenibile da assumere le vesti della pazzia.

2 responses to “Thomas Bernhard, “La partita a carte”

  1. dove posso trovare i libri di bernhard:’patita a carte’ – ‘il loden’?
    sono entrambi fuori catalogo. come posso leggerli?

  2. dietroleparole

    Io li ho trovati entrambi nell’usato, ma c’è voluto del tempo, molta pazienza e anche molta fortuna perchè in effetti sono piuttosto rari; altrimenti l’unica possibilità è cercarli in biblioteca. E poi, chissà, magari l’Adelphi si deciderà a ristamparli. Buona caccia!

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