Mircea Cărtărescu, “Abbacinante. L’ala sinistra”

MIRCEA CĂRTĂRESCU – Abbacinante. L’ala sinistra – Voland

“La memoria delle mie lacrime ha trent’anni. Non sono sano di mente. La solitudine mi sussurra all’orecchio, insieme disperata e rassicurante, come un tempo gli intestini di mia madre, che sentivo da dentro l’utero. Il gorgoglio di sorgente sotterranea della sua vescica. Ogni tanto c’è un tram che passa o, nelle profondità della notte, un cane randagio che abbaia, o qualcuno che parla forte, e tutti questi rumori ricordano alla mia pelle (poiché, naturalmente, a quell’epoca sentivo con la pelle, come i ragni, quasi fossi stato interamente avvolto nel mio timpano) l’eco lontana della voce di mio padre, in una stanza miserabile in cui non esistevo ancora”.

L’origine: si può ricercarla con inguaribile e malinconica nostalgia, oppure disconoscerla fino al punto di negarla con astio doloroso, per reinventarla. In entrambi i casi la letteratura, quando se ne appropria, possiede un modo tutto suo – ma ogni volta nuovo e ammaliante – di celebrarla, di estinguerla, di trasfigurarla, insomma di approfittare di lei, forse perché essa contiene in nuce quelle storie che i nostri giorni vanno narrando, l’immaginazione e i sogni che confondono e rivelano quel bisogno di consolazione che è la reale ferita dolente dell’animo umano, e infine di riempirla di uno splendore fastoso, rutilante o agghiacciante, o, appunto, abbacinante.

“Abbacinante” è frutto dell’ossessione dell’origine, della pertinace indagine intorno al senso dell’origine, del bisogno, vitale fino allo sfinimento di giungere alla sua piena comprensione, che, essendo comprensione e composizione di tutto, non può che negarsi, o sfuggire, anche ad un passo dalla rivelazione. Le sue pagine aprono sequenze in cui realtà, allucinazione, sogno e visione concorrono a delineare un disegno che continuamente sembra sul punto di comporsi – meglio dire di rivelarsi – e che continuamente si sgretola, lungo la strada disagevole che ha come meta irraggiungibile la conoscenza perfetta del senso di tutto e la conoscenza perfetta di sé, l’autocoscienza lucida, sottratta al delirio dell’inconsistenza. “Chi sono? Chi sono stato? Com’è possibile? Perché sono venuto al mondo? Che significa tutta questa follia, tutta questa bolgia, tutto questo gioco di prestigio? Perché sono apparso da un utero di donna su un punto di una polvere di stelle? Perché sono in grado di capire questa demenza?”.

Una mente connotata da un bisogno ontologico di senso che si tormenta e si racconta e che costantemente regredisce, torna indietro, per ridiscendere nel suo nucleo arcaico, al tempo in cui si struggeva “d’amore e di magia” per la madre, che troneggia, presente, evocata, desiderata e odiata, raccontata, chiamata, nascosta in immagini metaforiche, rifratta in mille particolari, nelle rutilanti pagine di un libro che non lascia scampo, perché deve essere lì, da qualche parte nel territorio che lei percorre, nelle cose che le sue mani toccano, nel suono della sua voce, che, se c’è, deve celarsi il senso di tutto, e soprattutto di questo essere che è la voce narrante, ma che è Mircea, lo scrittore – che siamo tutti noi – che si sente orfano, addirittura di se stesso. Al punto che, nel carnevale grottesco e difforme di questo affascinante libro camaleontico che si ribella ad ogni tentativo di racchiudere in una definizione la sua materia debordante, è il lupus eritematoso, la grossa macchia rosa-viola a forma di farfalla che la madre ha sul fianco sinistro (“l’ala sinistra”), a costituire una cifra ricorrente, icastica, benchè deformata, ingigantita e variamente reinterpretata, un filo conduttore che lega il passato epico delle origini materne alla folle visione finale della rivelazione mistica della totalità. La madre, perché “il passato è tutto, l’avvenire è niente, il tempo non ha un altro senso. Viviamo su un pezzo di calcare estratto dalla sclerosi multipla del cosmo”, e la mente è un organo interno che riflette la totalità – ma la totalità non è che “la desolazione cosmica” – capace, a stento, di rendersi conto della propria miseria.

Due cose l’autore sembra non poter evitare di fare, e di tornare quasi ossessivamente a fare: indagare il funzionamento di questa tormentata e tormentante mente, dissezionandola attraverso i più infinitesimi particolari anatomici che compongono gli organi di senso, il cervello e il sistema nervoso, indagare il mistero della percezione, utilizzando un linguaggio preciso che sembra tratto da un manuale di anatomia umana – forse per la consapevolezza che questo organo così insignificante è per noi in realtà il mondo intero –  e raccontare storie, le storie del passato, proprio e della propria madre, sottoponendole ad un procedimento di trasfigurazione e contaminando i ricordi con la lente deformante del delirio ed esaltante della poesia, “perché di fatto è la storia e non la sostanza ad attribuirci realtà. Si può essere scolpiti nella pietra e non esistere, persi chissà dove fra dune senza fine, ma se si è il fantasma di un sogno si viene giustificati, costruiti appunto dalla luce viva del sogno. E lì, nella storia confusa che si svolge sotto una calotta cranica durante il sonno, si è più veri di un miliardo di mondi abitati”.

Il protagonista-scrittore di questo libro, invadente e allarmante a causa della sua struttura che continuamente stravolge i piani narrativi e naviga su una sostanza rarefatta dove passato e presente si fondono e si influenzano vicendevolmente, è affetto da una abnorme capacità di percezione, la manovra concentrandone l’intensità, fino al punto in cui è in grado di sfaldare l’unità della realtà e di annullare i limiti dell’essere, di scorgere l’infinitamente piccolo e di immaginarsi parte di un’entità infinitamente grande, sconosciuta e minacciosa. E’ l’intensità dolorosamente protratta della percezione l’origine di quella propensione mistica e poetica che è la cifra distintiva della personalità dell’io narrante – che è anche io scrivente – e anche delle pagine del suo libro, così maestoso nella sua disperante e abbacinante luce.

Ma l’intensità ha un prezzo molto alto, quella solitudine che “non è che un altro nome della follia”: dal lucernario ovale di una mansarda, lo scrittore, “pazzo di solitudine” sottopone alla lente deformante dei suoi occhi l’immagine cangiante di una Bucarest che trova nel libro una inaspettata celebrazione, perché non è una città, è un organismo vivo, capace di osservare chi la osserva, di spiarlo, persino di sognarlo, che può essere violata e ferita; una Bucarest invernale “che è un film in bianco e nero”, oppure “adagiata in una primavera rovente e profumata”, che il gioco consueto della percezione trasforma nello stesso corpo di chi la osserva, inumidita dai suoi stessi desideri, battezzata con il suo stesso nome, un corpo artificiale che tutto comprende, “i suoi fiumi […] vasi capillari ricamati di colesterolo, i suoi edifici cubisti del centro cristallizzati attorno agli inquilini fradici di malinconia, con le sue donne dalle natiche tatuate che errano senza meta per le strade, all’ombra dei tigli in fiore”. Sono tanti i passi che il lettore compie nelle pagine di un libro che possiede il fascino dell’enigma e che conduce sempre più in profondità verso la sua soluzione, ma non si tratta di un gioco arguto e l’enigma è la sostanza del bene, della verità e della bellezza, l’enigma è la totalità, e la soluzione è sempre un passo più in là, “in un solo e unico sole abbacinante, abbacinante…”.

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