Giorgio Manganelli, “Il rumore sottile della prosa”

GIORGIO MANGANELLI – Il rumore sottile della prosa – Adelphi

il rumore sottile della prosa“Nella mia vita fin dall’infanzia ho sempre praticato il peccato di lussuria libraria. Ho amato i libri di amore passionale, poligamico, vizioso, incontinente, maniacale. Ho sedotto e stuprato libri. Ho abbandonato libri in stato interessante. Ho ucciso libri per gelosia, altri ho scelto per odio di altri libri che non volevano amarmi”.

Nella sterminata produzione manganelliana queste pagine potrebbero essere considerate la summa della sua personale teoria letteraria, diligentemente redatta sviluppando e approfondendo sezioni ordinatamente disposte riguardanti la scrittura, la lettura, la critica, la disanima intorno a quegli strumenti essenziali al letterato che sono i cataloghi e i dizionari e intorno alla utilità, o inutilità, dei premi letterari. Ma chi conosce Manganelli sa bene di trovarsi di fronte, per sua ammissione, ad una persona che “da sempre soffre di una dolce demenza libraria” e sono proprio le gocce di questa demenza, intesa come sguardo rigorosamente personale, atipico, fuorviante, del tutto refrattario ad idee preconcette, sguardo dunque felicemente anomalo e per sua natura rigorosamente sovversivo, a generare, quasi beffardo disinganno al suo inoffensivo ordine strutturale, la natura adescatrice di questo libro che, mentre di letteratura si occupa, è esso stesso esempio di affascinante e coltissima letteratura, di metaletteratura si potrebbe dire, se non fosse chiaro quanto Manganelli scrittore – e Manganelli scrittore critico – sfugga ad ogni tentativo di definizione.

Da qui deriva, a mio parere, la natura intimamente divertente di queste pagine raffinate e argute, che mantengono il lettore sul chi vive, rendendolo ben presto consapevole di star procedendo sull’onda di un continuo depistaggio. Depistaggio affabulatorio e riconoscimento fulminante, entrambi avventurosi e rivelatori, sostenuti da quel linguaggio manganelliano che invita il lettore ad una festa sintattica e lessicale con tanto di fuochi d’artificio, perché la riserva di artifici a cui attinge è realmente infinita e tale da donare al suo incedere un irresistibile tono di irriverente felicità. D’altra parte, se è vero, come l’autore afferma, che “leggere è un atto squisitamente passionale […] un caso di innamoramento mentale”, più che indagare le ragioni di questo amore, impresa ai limiti dell’impossibile, un testo di critica o di teoria letteraria, non può che amplificarlo, percorrerlo, sostenerlo, e infine accrescerlo, regalando al lettore la rara opportunità di una complessa e appagante esperienza intellettuale.

Artificioso, paradossale e dissacratore, Manganelli appare in queste pagine un abilissimo costruttore di macchine mentali, in definitiva un abilissimo scrittore, perché questo fa la letteratura, quel tipo di letteratura che sola sembra all’autore valga la pena di frequentare con assiduità: costruisce artifici, non si offre al lettore, “gli impone la fatica di cercare un contatto; lo frustra, lo elude; non risponde alle sue domande” e rimane quindi inesauribile. Una letteratura anarchica, dunque, refrattaria ad ogni dovere, perché nulla deve, a nessuno, neppure al lettore, che non considera, né presume, una letteratura asociale, anzi addirittura antisociale, questo è l’oggetto dell’inesausto amore manganelliano, antisociale non certo per presunzione – perché la letteratura nulla presume – ma perché la sua essenza non è espressione, ma provocazione, “ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa: e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio”.

Gioca, estremizza e sogghigna, lo scrittore, affastella figure retoriche, agguanta una metafora e la estenua fino a quando essa è costretta a rivelare i tesori che nasconde e se la metafora riguarda la letteratura, la sua sostanza è tanto più succosa e invitante. Perché la letteratura manganelliana è “un’incorreggibile sgualdrina” che invano la storia della cultura umana ha tentato di trasformare in “una onesta madre di famiglia”, ammantandola di moralismo e affidandole di volta in volta finalità educative, o sociali, o consolatorie: “Sia lode alla letteratura. Essa è ambigua, asociale, incorreggibile e imperfettibile. Soprattutto, è totalmente ambigua. E’ disonesta. Parteggia per gli assassinati e gli assassini. E’ ingiusta. E’ diseducante. E’ sensuale. Non tollera che la si ammanti di qualsivoglia ideologia. E’ in grado di accogliere tutte le ideologie e di fatto le accoglie, le accoglierà. Non le interessano. Cercano di metterle in bocca delle risposte. Lei ha tutte le risposte dentro di sé; quelle e il loro contrario. Veramente, è mostruosa. E’ la libertà. Ma non la libertà bene intesa”.

La letteratura manganelliana – quella di cui parla e quella che lui stesso frequenta – è “accusa” e “vergogna”, è “una malattia illuminante” che affligge il letterato che non può accedere all’illuminazione senza essere affetto dalla malattia, e che, per sovrappiù, non possiede ciò che produce, perché “egli è ambiguo a sé medesimo” e non sa della sua opera più del suo ultimo lettore, non di più, perché neppure a lui essa risponde. Enigma, macchina, artificio, ambiguità e silenzio, questo tipo di letteratura, che non possiede la virtù dell’amabilità, che anzi la rifugge, che crea una irrimediabile frattura rispetto a tutte le altre scritture umane nel suo essere intrinsecamente refrattaria alle aspettative del lettore, è pur sempre in grado di avvincere, ma in un modo tutto suo; lo fa grazie alla forza selvatica del suo incedere, agli ardui percorsi, disagevoli ma intriganti, che sembra aprirsi a forza nel magma del pensiero e della immaginazione, alla affabulazione costruita su materiali inediti, lo fa con la sua densa intensità, con quella che, con una splendida definizione, Manganelli chiama “il rumore sottile della prosa”: “Questi libri che hanno esigua storia hanno talora, non sempre, una pagina; cioè, sono intensamente scritti. Posso dimenticare i nomi dei protagonisti, ma mi resterà in mente il rumore sottile della prosa. Sono inconfondibili: sono libri che talora affaticano alla prima lettura, ma sbocciano superbamente ad una rilettura; e sono libri che vogliono la rilettura”. Succede quando le parole del libro, oltre ad avere un senso, sono portatrici di un disegno e sono fedeli al proprio ritmo, quando è la prosa stessa “a generare avventure, dilemmi e labirinti”.

Come non pensare alla cosiddetta narrativa manganelliana, al suo inferno, alla sua palude, alla grazia fulminante delle sue “Centurie”, ma nelle pagine di questo volume l’autore non allude certo alla sua scrittura; vestiti i panni del critico e del recensore, esemplifica e suggerisce, sparge qua e là preziose indicazioni di lettura, indica al suo lettore la tracce da seguire se, come lui, è affascinato dall’enigma di una letteratura che non sa esistere senza l’ombra, le tenebre e la notte, senza la sua qualità fatale che è la sua ambiguità, il suo non essere prevedibile né pianificabile. C’è del rigore, il rigore dello studioso aduso a condurre i propri lettori lungo le fila ben serrate del proprio pensiero, nel modo in cui Manganelli sostiene la sua idea di letteratura e dunque di letterato, perché se letteratura è artificio, allora lo scrittore è “appunto come l’alchimista o l’astrologo”, insomma a ben vedere “un tale che imbroglia”, in primo luogo se stesso, e le virtù fondamentali che deve possedere sono “la limpida gioia della menzogna”, “l’irresponsabilità”, “la doppiezza morale”, “l’ilare arroganza” e “il candido cinismo”.

Paradossi, certo, ma la letteratura manganelliana è paradossale, oltre che satirica, perché irride e deforma la realtà, e soprattutto retorica, perché della retorica, che è pura tecnica, ha bisogno, di questo strumento meschino, arido, crudele e fatuo: “Perché, chi non sa che la letteratura è arte di evocare i dèmoni? Ma i dèmoni evocati con formule guaste, aggettivi fuori posto – i dèmoni amano il chiasmo – accostamenti sbadati – i dèmoni amano l’ossimoro – chi insomma non sa le regole dell’esorcismo, che da sempre sono formule aride e magicamente coatte, costui finirà con l’esser preda dei dèmoni, e insomma farà della cattiva letteratura; anzi, qualcosa che non è letteratura per niente”. La letteratura manganelliana è, in fondo, un grande omaggio alla inesauribilità della parola che nella scrittura, nella lettura e ancora di più nella rilettura, si anima di una dinamica inattesa, diventa “una sorta di lava in perpetuo movimento, una adunanza di contrassegni magati, araldici, fascinosi e inverosimili”, una via d’uscita e di labile e illusoria salvezza per chi, come l’autore, ritiene che “al di fuori della sintassi governino le tenebre di un costante delirio”.

7 responses to “Giorgio Manganelli, “Il rumore sottile della prosa”

  1. Mi incuriosisce (e nello stesso tempo mi inquieta) questo stile che definisci paradossale, satirico, affabulatorio e depistante, capace di irridere e deformare la realtà. Ho un libro di Manganelli (Improvvisi per macchina da scrivere), ma finora non mi è arrivata la spinta giusta per iniziarlo; questa tua bella analisi ci ha messo però del suo, chissà quindi se magari mi decido.

    • dietroleparole

      Grazie Alessandra. Ho iniziato da poco a leggere Manganelli, ma ho già capito quanto sia sterminato il suo mondo letterario. C’è molto da scoprire nelle sue pagine e molto da andare a scoprire leggendo le sue recensioni e i suoi saggi. Una intelligenza affascinante e una scrittura veramente unica. Nessuno che io conosca gli assomiglia. Per quanto riguarda l’inquietudine, Pessoa la definiva “luminosa” no? Un caro saluto. Anna

  2. Ammaliato come sempre da Manganelli, recupero un minimo di oggettività per esprimere ammirazione alla tua linearità di pensiero, scrittura e sintesi. Mi rivolgo anche alla tua opera di diffusione di quell’incerto instabile che definiamo letteratura – oggi così poco frequentata- cui presti la tua voce di soccorso per propagarne l’insicura presenza a un mondo di lettori immaginari tra cui, senz’altro, io. Mi prenderò la libertà di condividerti (spero non ti dispiaccia) per aiutare come posso il tuo lavoro (inutile?) ma assolutamente indispensabile, altrimenti molti morirebbero nel nulla, tra cui Manganelli, se già non è successo. Sono contento di averti incontrato.

    • dietroleparole

      Onorata dalla tua condivisione, caro Giovanni, e felice anch’io di averti incontrato. Riuscire in qualche modo a rendere un umile servizio alla diffusione del valore irripetibile della grande letteratura sarebbe, oltre che una speranza, una gioia. Tu forse non lo sai, ma ti devo la scoperta di Alfredo Giuliani. Seguendo un tuo consiglio implicito sono riuscita a procurarmi, cercandoli nell’usato, alcuni suoi libri: “Kafka”, “Autunno del Novecento” e “Le droghe di Marsiglia”. E così nuovi mondi mi si sono aperti. Seguire questo filo di Arianna che si dipana da un libro all’altro è davvero un divertimento, nel senso più esatto della parola. Ovviamente ho ritrovato un suggerimento simile leggendo Manganelli. Ma a queste fortuite coincidenze i frequentatori di libri sono felicemente abituati. Un carissimo saluto e un ringraziamento vero per tutti i bellissimi versi con cui accompagni le giornate dei tuoi lettori.

Leave a Reply