Robert Walser, “Commedia”

ROBERT WALSER – Commedia – Adelphi

Traduzione di Cesare De Marchi

La pioggia gialla

“Quando mi dissolverò, voglio urlare. Sarà un suono spaventoso echeggiante per milioni di valli e montagne. La notte piangerà. La terra ruoterà con più furia, e gli uomini si renderanno conto che i poeti non muoiono soli”.

Non vi è dubbio che per il lettore di Walser – per chi rimane felicemente stupito percorrendo le sue righe adamantine e suadenti nella loro apparente modestia, nella loro geniale ritrosia – resti sempre un po’ misterioso e in fondo insondabile il motivo di un apprezzamento che si rinnova nell’incontro con ogni nuova prosa dell’autore svizzero. Misterioso forse perchè nelle sue parole il perturbamento, il malessere sono occultati e disciolti in uno scanzonato rifiuto di mettersi in gioco nella lotta per un’esistenza compiuta e socialmente riconosciuta e apprezzata, in un irrefrenabile desiderio di chiamarsi fuori. C’è quindi qualcosa che sfugge, che spiazza, in questa altissima letteratura che sembra nutrirsi di tutte le apparenze del mondo, che sfiora l’invisibile o lo guarda da lontano, da un angolo appartato, che della resa fa la sua forza. Forse il lettore è destinato ad inseguire Walser nei suoi vagabondaggi, ad osservarlo mentre osserva, a condividere la sua smania che lo induce a camminare e a raccontare, cercando ogni volta, forse inutilmente, di raggiungerlo. 

I testi compresi nel presente volume tracciano una via nuova e per certi versi sorprendente, un nuovo percorso per chi conoscesse unicamente le prose dell’autore, lungo il quale perseguire l’appassionante avvicinamento al cuore sfuggente e multiforme di Walser. Si tratta di brevi testi teatrali, che – come specifica Cesare De Marchi, il curatore e traduttore del volume – Walser chiamava “Dramolette”, cioè “piccoli drammi”, rivelando ancora l’esigenza di mantenersi sotto tono, unita questa volta a quell’intento giocoso, bonariamente ironico, sospeso, mutevole e ai limiti del grottesco che finisce per essere la cifra caratteristica di questi dialoghi teatrali. La preziosa “Nota al testo” del curatore aiuta a collocarli cronologicamente all’interno della produzione del loro autore e anche a comprendere ciò che li accomuna o li differenzia. I primi dramoletti – “I ragazzi”, “Poeta”, “Cenerentola” e “Biancaneve” – scritti nei primi anni del 1900, vengono pubblicati dallo stesso autore nel 1919 con il titolo “Komödie”, “Lo stagno” proviene da un manoscritto in bella copia mai pubblicato da Walser; il secondo gruppo – “Il fannullone”, “Gli amanti”, “La bella addormentata”, “Il bambin Gesù” – vengono pubblicati su riviste negli anni 1920/22; infine “Feliz. Scene” riveste un interesse ancora maggiore poichè si tratta di uno dei famosi microgrammi walseriani, decifrato e disposto in una successione di scene. Cinque di questi dramoletti sono in versi, gli altri in prosa. La scelta formale ha delle motivazioni legate ai soggetti scelti dall’autore e alle atmosfere in cui le vicende si dipanano: Walser delega alla poesia – pur scegliendo un metro sostanzialmente narrativo – il compito di ricreare un mondo che potremmo definire favolistico, in quanto dalle fiabe trae ispirazione o da ciò che nei sentimenti umani più si avvicina alle illusioni e alle ingenuità dell’infanzia; sceglie invece la prosa per i cinque testi teatrali dominati da elementi fortemente autobiografici. 

Leggendo la versione walseriana delle tre fiabe dei fratelli Grimm, appare subito evidente il vivace e giocoso divertimento del sabotatore di storie e la leggerezza elegantissima con cui l’autore si fa carico delle tre protagoniste femminili – icona della cultura popolare tedesca ed europea – se ne appropria e le trasforma a proprio uso e consumo, creando situazioni grottesche di irresistibile comicità ma che, nel contempo, proprio in virtù dello smascheramento, dell’evasione dall’ovvio e dal risaputo, costringono a fare i conti con il paradosso e, soprattutto con la dolente individualità di chi lo vive, ovviamente incompreso. Certo c’è nei testi walseriani una provocazione, una ribellione agli esiti felici e quasi scontati nei quali la fiaba risolve le complessità delle vicende in cui si dipana: Cenerentola che rifiuta il principe perchè ama il suo ruolo di vittima e per nulla la mondo rinuncerebbe a servire le sorelle e a farsi ingiuriare da loro; Biancaneve che si ritrova al centro di un vero e proprio ribaltamento di ruoli, che assiste quasi compiaciuta alla nascita dell’amore tra il suo principe e la regina, che si affeziona al cacciatore, che si ribella al destino felice che la fiaba le riserverebbe e desidera invece quello che all’inizio la aspettava, cioè la morte; Rosaspina, la bella addormentata, che rifiuta il principe e lo accusa, insieme a tutti gli abitanti del castello, di aver rotto quell’incantesimo che le permetteva di vivere nella dimensione privilegiata del sogno, in perenne beatitudine. Si tratta di testi sicuramente divertenti in cui si avverte una felicità di scrittura e un grande gusto per l’ironia, ma c’è anche dell’altro, perchè le tre protagoniste, che si chiamano fuori dai ruoli a loro assegnati, lo fanno in nome di una scelta, e la scelta è sempre la rinuncia. Qui forse si rivela quell’impronta walseriana che rimanda ai protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi racconti, a quel cosiddetto zero assoluto che sembra essere l’aspirazione di molti dei suoi eroi. E non è certo una rinuncia dettata da masochismo, ma dal desiderio di vivere in una dimensione che il mondo non comprende, di sogno, di libertà spirituale, di semplice pace, di “compassione e tenerezza”, le forze segrete che “la ragione non sa indovinare”, per usare le parole di Walser. 

Così Cenerentola può dire delle sue sorellastre: “Le amo per come m’angariano,/ sì dure e severe, e invaghita/ io son degli ingiusti castighi,/ delle male parole, tanto/ che lieta sorrido. Ne traggo/ per me un infinito piacere/ che m’empie le lunghe giornate/ e m’offre motivo a saltare,/ guardare, pensare, sognare./ Chè questo son io alla radice:/ una sognatrice”; così Biancaneve esprime il suo più profondo desiderio: “Oh, io ormai altro non voglio/ se non, sorridendo, essere morta./ E morta sono e sempre fui./ Io mai sentii fremer la vita/ in me. Son come molle neve/ che si offre ai raggi del sole/ perchè questi la prenda. Neve/ sono e mi sciolgo al caldo soffio/ che non me, ma primavera allieta./ Dolce stillare è questo. O terra,/ m’accogli nelle tue dimore!/ A me fa tanto male il sole”; così infine  ne “La bella addormentata” sogno e realtà vengono rapportati: “Non è la realtà stessa un sogno,/ non siamo, anche agendo ben desti,/ noi tutti quanti sognatori,/ sonnambuli al lume del giorno,/ che con fantasie si trastullano/ e fingono d’essere svegli?/ […] Tutto è sogno,/ la nostra casa, il quotidiano/ pane, le faccende, i mestieri,/ città, paesi, luce e sole./ Nessuno mai potrà affermare/ d’intenderlo. Sempre e soltanto/ comprendiamo a squarci, l’intero/ non mai”. 

Come si è detto, i dramoletti in prosa sono fortemente caratterizzati da elementi autobiografici e hanno come protagonisti una categoria di personaggi che, in un modo o nell’altro, sono anch’essi esclusi dalla parte produttiva e risolta dell’umanità: bambini, adolescenti, aspiranti artisti e poeti, oppure nullafacenti, come il fannullone dell’omonimo dialogo teatrale, che si rifà espressamente al romanzo di Eichendorff, e in cui sembra di ritrovare la voce luminosa e pacata de “La passeggiata”: “Ma quelle ore da fannullone, frammiste come sono al mormorio d’un ruscello, allo scroscio della ruota d’un mulino, allo schiamazzare gaio e sempre uguale dei polli, al frinire dei grilli, ai gridi delle rondini, allo schiocco della frusta del vetturale e al rotolio dei carri, mi giocondano la vita. […] Anche il far nulla è un mestiere di grandi pretese”. In tutti questi testi l’identificazione di uno o più personaggi con l’autore sorge spontanea, molte battute sono dolorosamente prive di filtri e le atmosfere diventano via via meno sognanti, più tetre e a tratti drammatiche. Nei movimenti scenici e nei dialoghi di queste creature in formazione che interagiscono con difficoltà con il mondo degli adulti e vivono in una sorta di limbo in contatto privilegiato con la natura è forse offerta al lettore l’opportunità di penetrare maggiormente nell’esperienza umana di un autore che ha trovato nella scrittura rifugio e consolazione. E quindi è la sua voce – o ci si illude che lo sia – che pronuncia le battute di Peter, il quarto protagonista del dramma “I ragazzi”, l’unico che non ha un talento e un progetto per il futuro: “Perfino la mia collera la trovano ridicola – loro: il violinista, l’attore, il paggio. Io non ho titoli così, non ho talento, a meno che piangere non rientri fra i talenti. Nel pianto sono dotato”, e ancora: “Sono il beniamino della notte. Anch’io devo pur avere l’affetto di qualcosa; è triste però: solo l’affetto della notte. Che è tutta nera, lo vedo; tutta umida, lo sento; tutta buona, lo so”. E nel “Poeta” alcune battute rivelano, a tratti, il segreto di quel legame così intenso con la scrittura che non ha mai abbandonato Walser nemmeno nei lunghi anni della malattia mentale: “Sono poeta; l’essenza del mio mestiere è costringere i sentimenti in misere successioni di sillabe che si chiamano versi”; “Quanto a me, forse la noia soltanto mi spinge a scrivere di cose che, quando mi guardano dalle parole scritte, mi ispirano una pena profonda, se non qualcosa di ben peggio”; “Scrivendo non mi sento nè lieto nè triste: mi scordo di me stesso”; “Che altro fare delle sensazioni, se non lasciarle dibattersi e morire come pesci nella sabbia del linguaggio?”; “Dimmi, dov’è la patria del poeta? Nel tempo, nella memoria, nell’oblio. Nella grazia di cui ci fa dono un capriccio fugace”. 

Infine, “Lo stagno” e “Felix. Scene”: sono il palcoscenico su cui si dipanano episodi penosi di un’infanzia, un’adolescenza e una prima giovinezza solitarie e infelici, rapporti con i genitori di una durezza estrema, aspirazioni artistiche incomprese e osteggiate. Sarebbero drammi cupi e sconfortanti se non intervenisse quella grazia che sembra così congeniale a tutto ciò che Walser scrive. Grazia ed eleganza linguistica nelle battute dei protagonisti bambini ed adolescenti che si esprimono con una grande proprietà sintattica e lessicale, addirittura con ricercatezza, donando alle situazioni, anche a quelle più tristi e sconsolate, un’aura estraniante, grottesca, e in definitiva quasi comica. Come se, ancora una volta, toccato il fondo dello sconforto, l’autore lo sorvolasse con la sua consueta leggerezza. 

Si chiude questo libro con l’illusione di aver condiviso con Walser un tratto del suo eterno peregrinare, ma anche con la sensazione che, ancora una volta, qualche cosa di fondamentale della sua anima e della sua scrittura ci sia sfuggita. E allora non si può che cercare aiuto nei grandi, per esempio in queste parole che Walter Benjamin gli dedica in un saggio contenuto nella raccolta “Avanguardia e rivoluzione”, chiedendosi da dove provengano i suoi personaggi : “Provengono dalla notte, dove essa è più nera, da una notte veneziana, se si vuole, illuminata dai deboli lampioni della speranza, con una qualche luce di gioia negli occhi, ma sconvolti e tristi al punto di piangere. Ciò che essi vogliono dire è prosa. Poichè il singhiozzo è la melodia della loquacità di Walser. Esso ci rivela donde provengono i suoi diletti. E cioè dalla follia, e basta. Sono personaggi che hanno dietro di sè la follia, e per questo restano di una superficialità così straziante, così interamente inumana, così imperturbabile. Se si vuole indicare con una parola ciò che essi hanno di felice e inquietante, si può dire che sono tutti guariti. E’ però vero che il processo di questa guarigione ci resta ignoto, a meno che non ci cimentiamo con la sua  Biancaneve (una delle figure più profonde della poesia moderna), che basterebbe da sola a spiegare perchè questo poeta apparentemente più spensierato di tutti sia stato uno degli autori prediletti dell’inesorabile Franz Kafka”.

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