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Adolf Muschg, “Almeno per cominciare”

ADOLF MUSCHG – Almeno per cominciare – Edizioni Controluce

“Non era successo niente, ma quando salì le scale, ebbe la certezza che tutto era finito, e capì che non c’era mai stato nulla. Fu un crollo immenso e tuttavia completamente silenzioso, incessante; non sentì neppure che stava precipitando. Ma ciò che si diffondeva attorno a lui era ormai solo l’eco beffarda e la fioca parvenza delle cose. Si ritrovò come risvegliato da uno sfinimento durato quarant’anni, ma per cosa? Non c’era più nulla.”

La solitudine non è certo un tema insolito per un autore contemporaneo, ma quella con cui fanno i conti i personaggi di Muschg possiede un’impronta che la rende inedita e, in seguito, riconoscibile. Perché la sua scrittura è come una macchina da presa, non certo asettica, ma a suo modo impietosa che nemmeno per un attimo abbandona l’inquadratura in primo, anzi in primissimo, piano sul protagonista, escludendo così altre presenze, altre esistenze, che divengono, seppur presenti, accessorie e, forse, funzionali. C’è una luce sospesa, la luce della ribalta, ad accendere ognuna di queste pagine e il lettore non può che attendere il sopraggiungere del momento estremo dell’assoluta sincerità di un’anima e seguirla, per un tratto, trascinato da una scrittura a tal punto concentrata e tesa che si permette di tralasciare, addirittura di dimenticare, la prevedibile necessità di una trama completa. I racconti di Muschg non sono mai lineari, ma procedono a piccoli passi, in un percorso concentrico –  fatto di progressivi avvicinamenti ed improvvise deviazioni – verso il cuore dolente di un fatto drammatico o addirittura tragico che, arrivati al dunque, per una sorta di estremo pudore, viene solo sfiorato o protetto dalle sue ripercussioni, dalla sua eco, quasi sempre imperitura.

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