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Juan Carlos Onetti, “Gli addii”

JUAN CARLOS ONETTI – Gli addii – SUR

“Quasi senza respirare, guardai la ragazza che chinava il viso sull’insieme inopportuno, furiosamente orizzontale, di scarpe, pantaloni e lenzuola. Rimase immobile, senza lacrime, accigliata, tardando a comprendere quello che io avevo scoperto vari mesi prima, la prima volta che l’uomo era entrato nel mio negozio – non aveva altro che questo e non volle condividerlo – decorosa, eterna, invincibile, mentre si preparava già, senza saperlo, a qualsiasi altra notte futura e violenta”.

Come si può percorrere il territorio dell’addio, come farlo assurgere a tema, dotarlo di svolgimento e variazioni, indulgere a soppesare ogni suo estremo passo, sia pure incerto o inconcludente, lungo la strada che conduce verso il suo compimento? Onetti lo fa costruendo, ma sarebbe meglio dire creando, l’affabulazione dell’addio, anzi degli addii, perché in queste pagine quello che si celebra – proprio come in una lenta e soffusa e raccolta cerimonia – è il distacco, da sé, dalla vita, dal passato, dai ricordi, dagli affetti, ma anche dall’infinito e ricorrente trascolorare delle luci e delle stagioni di un mondo che si va spegnendo insieme agli occhi di chi, consapevole, lo osserva. Quasi che affabulare sia l’ultima occasione concessa per sostare, ancora un po’, sul limitare, quasi che costruire una trama, rifinirne o camuffarne i meccanismi, sia un modo per prendersi beffe del tempo, segnato, e del destino, indifferente.

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