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Juan Carlos Onetti, “Il cantiere”

JUAN CARLOS ONETTI – Il cantiere – SUR

“- Che buco immondo – sputò fuori Larsen; poi scoppiò in un’unica risata, solo tra le quattro lingue di terra che formavano un incrocio, grasso, piccolo e senza meta, curvo contro gli anni che aveva vissuto a Santa Maria, contro il suo ritorno, contro le nuvole basse e compatte, contro la sfortuna”.

E’ qui che si compie il destino di Larsen e che termina l’esistenza letteraria del Raccattacadaveri, qui, in un ritorno e nella vaga ipotesi di un nuovo inizio; ma il tempo della fine è un tempo lungo, è il tempo che resta e che va riempito nell’esercizio di “vendette senza importanza”, di “sensualità senza vigore” e di “un dominio narcisista e distratto”. E’ il tempo che occorre ad Onetti per rendere Larsen l’eroe della sua personale leggenda, che di decadenza si nutre e che la decadenza affronta, accettando una sfida già persa in partenza, alla ricerca di un evento definitivo che nulla ha a che fare con il riscatto o con il prestigio sociale, ma che è legato al senso, al senso da dare agli anni affinchè, per quanto possibile, non siano irrimediabilmente morti.

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