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Bernhard – Otto riflessioni su altrettante opere

Samona

Ogni percorso di lettura ha una sua storia, che ammette infinite deviazioni, ma che presto o tardi individua, spesso con la chiarezza di una sorta di rivelazione, un punto di riferimento e ad esso si attiene, utilizzandolo come pietra di paragone. Il mio si è precisato e ha assunto una direzione più definitiva a partire dall’incontro con la letteratura austriaca del Novecento e, in particolare, con la prosa di Thomas Bernhard e con la poesia di Ingeborg Bachmann. Ne è nata una predilezione che ha in un certo senso determinato anche gran parte delle letture successive, perchè questi libri rappresentano quel tipo di letteratura che avverto come più rispondente ai miei bisogni di lettrice. Quello che mi attira è il rigore e l’intransigenza e anche, molto spesso, la sfida, che questi testi presuppongono. Qui nulla è concesso al lettore, nulla è pensato o scritto per attirare la benevolenza del lettore che deve conquistarsi il piacere della lettura, seguendo dinamiche del tutto nuove e abbandonando ogni propria aspettativa. Sono libri che molto spesso si rivelano ad una seconda lettura, anzi che la richiedono, perchè escono dai binari abituali, rifuggono da meccanismi narrativi consolidati e quindi spiazzano e costringono a navigare a vista. Ad una seconda lettura si scopre che sono avvincenti in un modo del tutto nuovo. Solitamente in un romanzo avvince la trama, il concatenarsi più o meno complesso e ben architettato di azioni, quella rete narrativa sulla quale si innestano considerazioni o eventi di altra natura. Nei testi bernhardiani l’evento è il pensiero, quello che avvince sono i movimenti del pensiero, articolati e protratti lungo traiettorie avventurose. L’azione, in genere scarna e secondaria, fa da supporto ad un pensiero che trova il modo di dipanarsi, di agire, di tornare su se stesso, assillante e sempre più esigente, teso verso il limite, verso ciò che raggiunge il limite del senso. E avventurosa è anche la forma attraverso la quale tutto ciò si realizza. Anzi, diventa assolutamente impossibile scindere ciò di cui il testo parla dalla forma in cui è espresso, perchè in nessun altro modo potrebbe essere detto, oppure in un altro modo perderebbe gran parte del suo significato e della sua suggestione. Si può parlare ovviamente di stile, talmente incisivo e direi affascinante che diventa nettamente percepibile anche dal lettore costretto ad utilizzare traduzioni, pur ottime, e a poter solo immaginare quale deve essere la sua forza in lingua originale. Nella prosa una sintassi insolita e avvolgente che all’inizio crea perplessità in chi cerca ciò a cui è abituato, che si prolunga senza apparente soluzione di continuità con le sue frasi che sembrano infinite, spezzate da incisi, dense di ripetizioni che in realtà contengono variazioni infinitesimali. Nella poesia, l’assoluta necessità di avvicinarsi a ciò che sembra indicibile, rifiutando tutto ciò che nel linguaggio non sembra più vero perchè ormai usurato, l’urgenza di trovare un lessico che abbia l’ardire, la forza e la freschezza di ciò che non è stato mai detto, forzando la natura stessa del linguaggio che soggiace al destino di non riuscire mai ad esprimere con esattezza ciò che la mente coglie come una folgorazione. Quindi una vera e propria esperienza di lettura, dalla quale ci si può allontanare, ma alla quale inevitabilmente si torna.

Nel numero dello scorso novembre, la rivista “Cadillac” ha pubblicato le mie riflessioni sui testi bernhardiani presenti nel blog.

Thomas Bernhard, “Camminare”

THOMAS BERNHARD – Camminare – Adelphi

Traduzione di Giovanna Agabio

Camminare

“Pensare, e sempre di più e sempre di più con intensità sempre maggiore e con una sempre maggiore spietatezza e con un sempre maggiore fanatismo conoscitivo, dice Oehler, ma non spingersi troppo lontano col pensiero neppure per un istante. In ogni istante possiamo spingerci troppo lontano col pensiero, dice Oehler, semplicemente andare troppo lontano col nostro pensiero, dice Oehler, e niente ha più valore”.

Tanto atteso dai lettori di Bernhard, finalmente edito in Italia, “Camminare” fa parte di quel gruppo piuttosto nutrito di prose brevi che, per nulla marginali rispetto alla produzione maggiore del loro autore, ben si adattano alla natura speculativa, corrosiva, trasgressiva, eccessiva, ma al contempo carica di pathos e di cristallina purezza espressiva, della sua scrittura. Mi riferisco ad “Amras”, “La partita a carte”, “Ungenach”, “Cemento”, “Ja”, “In alto”, ma anche alle prose brevissime contenute in “Eventi” e ne “L’imitatore di voci”, e ai racconti delle raccolte “L’italiano” e “Goethe muore”. Nel suo saggio “Paesaggio con figure. La prosa breve di Thomas Bernhard” (in “Cultura tedesca”, n° 32, gennaio-giugno 2007), Luigi Reitani sottolinea come l’esercizio del racconto e della prosa breve abbia accompagnato per tre decenni la produzione dell’autore, collocandosi per una buona parte a cavallo della trilogia iniziale articolata nei romanzi “Gelo”, “Perturbamento” e “La fornace”, “con cui Bernhard di fatto delinea i temi e i motivi fondamentali della sua ricerca espressiva”.

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Christine Lavant, “Poesie. Scelte da Thomas Bernhard”

CHRISTINE LAVANT – Poesie. Scelte da Thomas Bernhard – Effigie

Traduzione di Anna Ruchat

lavant poesie“Il vento del sud si muove nel bosco/ e la quaglia nel grano./ Un numero sconosciuto/ altera i battiti del mio cuore,/ finchè il cane di corte non mi abbaia contro/ e una delle galline nere/ si avventa sulla mia ombra./ Prima lo facevano il sole e la luna./ Ma io ho assillato il Padreterno/ per avere qualcuno che mi stesse accanto/ nel canto del vento/ nel fremito della quaglia/ nello svanire del battito del mio cuore”.

Christine Lavant, per il lettore italiano che apprezzi particolarmente la letteratura austriaca del Novecento, si colloca al centro di una costellazione densa di rimandi, estremamente suggestiva e protetta da potenti numi tutelari. Primo fra tutti, Thomas Bernhard: il sottotitolo della presente raccolta precisa infatti che i testi qui riuniti sono stati scelti da lui. Sono stati quindi espressamente individuati e privilegiati dall’autore austriaco, pescando all’interno della ben più vasta produzione della poetessa, e pubblicati presso il suo editore tedesco nel 1987, due anni prima della morte dunque, e due anni prima della sua ultima pubblicazione in vita, rappresentata dal frammento “In alto”. Giungono a noi tramite la traduzione e la cura di Anna Ruchat, esperta e talentuosa traduttrice dello stesso Bernhard presso i tipi dell’Adelphi, per la precisione dei romanzi “Antichi maestri”, “Il freddo” e “Il respiro”.

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Thomas Bernhard, “Il loden”

THOMAS BERNHARD – Il loden – Theoria

Traduzione di Giulia Ferro Milone

“Mi venne in mente che il loden di mio zio aveva sei occhielli, subito conto gli occhielli del loden di Humer, li riconto una seconda volta, li riconto una terza, sempre dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto e penso, anche il loden di Humer ha sei occhielli, sei occhielli ricoperti di pelle di capretto nera, al che penso che si debba trattare del loden dello zio Worringer…”

Il grande stile mi appare spesso legato ad un eccesso, costituito da un eccesso, eccesso di energia, di aggressività tesa, aderente al suo oggetto, oppure, al contrario, eccesso di disadorna rinuncia al possesso, persino a quello delle proprie immagini o parole, quasi nell’intento di sparire e di negarsi, proprio nel momento stesso in cui, dando vita ai propri pensieri, magari sotto voce, ci si impone, comunque e in qualche modo. Il grande stile travalica i confini, abbatte le barriere della consuetudine e dell’accettabile, abita nell’esagerazione pur non avendo alcun intento di stupire, pur non inseguendo a tutti i costi nessun tipo di originalità di facciata, il grande stile è, anche, arte dell’esagerazione, proprio quella tante volte citata da Bernhard, fonte di disturbo e spesso di disagio perché conduce in territori inabitabili, come sarebbe inabitabile l’esistenza privata di qualsiasi parvenza di procedure acquisite. C’è esagerazione e disturbo del pubblico sentire in Walser, che brilla mentre si sottrae e in Bernhard che risplende nella sua prosa ipnotica, che aggredisce, tiene avvinti e trascina con sé nelle volute di un pensiero che non fa che riprodurre se stesso.

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Thomas Bernhard, “La partita a carte”

THOMAS BERNHARD – La partita a carte – Einaudi

Traduzione di Magda Olivetti

la partita a carte“Un uomo come me è un uomo pieno di artifizi, in perenne attesa che venga qualcuno e glieli mandi tutti in frantumi, semplicemente spaccandogli la testa, egregio signore”.

Andare oltre la soglia minima del vivere, dove ad ogni movimento si può cadere indifferentemente nella commedia o nella tragedia, farlo con precisione millimetrica, distacco salvifico e con il consueto grande stile di una scrittura-partitura musicale, avvolta lungo la spirale di una fuga che ritrova sempre il suo punto di inizio. Sostanzialmente “La partita a carte” è una prosa intessuta e costruita intorno ad un rifiuto, raccontato, reiterato, circostanziato, il rifiuto di concedersi alla pur minima parvenza di una vita accettata e proseguita, alla parvenza di un’abitudine che rompa, anche se per poco senza illusione e senza soddisfazione, la segregazione.

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Thomas Bernhard, “Sotto il ferro della luna”

THOMAS BERNHARD – Sotto il ferro della luna – Crocetti

Traduzione di Samir Thabet

sotto il ferro della luna

“Dietro il bosco nero/ brucio questo fuoco della mia anima/ in cui tremola il fiato delle città/ e il merlo della paura./ A mani nude abbatto queste fiamme/ che all’aria montano sino al cervello/ e che tremano nel mio nome./ Come una nuvola il mio cuore migra/ sui tetti/ vicino ai fiumi/ finché io, una tarda pioggia, ritorno/ nel profondo autunno”.

Luigi Reitani, nel saggio “L’arte dell’Ars moriendi”, che appare in postfazione alla sua traduzione della raccolta “In hora mortis”, edita da SE nel 2002, fornisce le informazioni necessarie per inquadrare la produzione poetica di Bernhard: cinque volumi di versi – “Sulla terra e nell’inferno” (1957), “In hora mortis” (1958), “Sotto il ferro della luna” (1958), “I folli. I forzati” (1962), “Ave Virgilio” (risalente agli stessi anni, ma pubblicato nel 1981) – ai quali si aggiunge una raccolta rimasta in gran parte inedita, comprendente 140 poesie, già pronta per la stampa nel 1960, che avrebbe dovuto avere come titolo “Frost” (Gelo), scelto poi da Bernhard per il suo primo romanzo uscito nel 1963. “Sotto il ferro della luna” è la terza raccolta edita in traduzione italiana (ad opera di Samir Thabet), segue infatti “Ave Virgilio” (Guanda, 1991, tradotta da Anna Maria Carpi) e “In hora mortis” (SE, 2002, tradotta da Luigi Reitani). Si tratta di una produzione non indifferente quanto a mole, tutta risalente agli anni giovanili dell’autore che, dopo la pubblicazione di “Gelo”, nel 1963, non ritornerà più al genere della lirica, ma si dedicherà esclusivamente alla prosa e alla scrittura teatrale. E’ una curiosa, ma anche significativa coincidenza, il fatto che, esattamente negli stessi anni, anche Ingeborg Bachmann, altra voce d’eccellenza della letteratura austriaca del secondo Novecento, abbia compiuto la stessa scelta.

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Thomas Bernhard, “Goethe muore”

THOMAS BERNHARD – Goethe muore –  Adelphi

Traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia

rsz_gothe-muore“La difficoltà di scrivere sulla filosofia di Wittgenstein, e soprattutto sulla sua poesia, infatti secondo il mio punto di vista si tratta nel caso di Wittgenstein di un intelletto (cervello) poetico, e dunque di un cervello filosofico, ma non di un filosofo, è la difficoltà più grande che vi sia. E’ come se io dovessi scrivere qualcosa (proposizioni) su me stesso, e questo non può essere […]. La questione è se io posso scrivere su Wittgenstein un attimo senza distruggere lui (Wittgenstein) o me stesso (Bernhard) […]. Wittgenstein è una domanda alla quale io non posso rispondere… Così io non scrivo su Wittgenstein non perché non posso, bensì perché io non posso rispondergli”.

 Così scrive Thomas Bernhard in una lettera a Hilde Spiel, sua amica e scrittrice viennese, il 2 marzo 1971. La citazione è riportata da Aldo Gargani nel suo bel saggio “La vita scritta in Thomas Bernhard”, pubblicato nel numero monografico di gennaio-giugno 2007 (N° 32) della rivista “Cultura tedesca”. Nel 1982, con l’uscita di “Goethe muore”, Bernhard dimostra di aver trovato il modo, se non di scrivere su Ludwig Wittgenstein, di celebrare il suo intelletto poetico, e dunque filosofico. Lo fa a modo suo, mettendo in piedi un vero e proprio feuilleton filosofico, un controromanzo costruito su di una strategia diffamatoria. Il diffamato è Goethe, diffamato, dissacrato, ridicolizzato nei suoi ultimi giorni di vita, sul suo letto di morte, addirittura nel momento solenne delle sue ultime parole. Diffamare Goethe per elogiare Wittgenstein attraverso la sua opera, il “Tractatus Logico-Philosophicus”. Goethe muore tenendo il Tractatus sotto il cuscino, mettendolo quindi, in ordine di importanza, al di sopra del “Faust” e del mito che esso rappresenta per la cultura tedesca, mettendolo anche – sembra dire l’autore – quasi al di sopra dello stesso Wittgenstein che, vanamente mandato a chiamare, risultando prematuramente morto, non si presenterà mai al suo cappezzale. Bernhard mette in scena l’elogio funebre del filosofo in modo paradossale e grottesco, costruendo un impianto narrativo logico, basato però su mezzi e materiali privi di apparente logica.

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