Traduzione di Andrea Rényi
“Etelka néni si accomodò nella poltrona rossa e prese in mano il telecomando, ma prima di accendere il televisore ricapitolò mentalmente perché e per chi aveva preparato le pogácsa [focacce salate rotonde] dorate e nere. Per il vicino ingrato, per il vecchio rozzo, per il bambino che strillava, per l’adolescente che sentiva musica a volume assordante e, prima di tutto per il calpestio sul ballatoio appena lavato. Per le sue parole calde pronunciate invano.”
Leggendo le 49 novelle che compongono “Casa immaginaria” non si può evitare di ripensare a “La vita istruzioni per l’uso” di Georges Perec perché entrambi i libri conducono i lettori all’interno di un edificio, li portano su e giù tra i suoi piani a spiare la vita di chi percorre le sue scale e abita i suoi appartamenti. Con le dovute, ovvie, differenze, e non solo perché il numero civico uno di Casa Immaginaria si trova a Budapest mentre l’edificio ottocentesco immaginato da Perec si trova a Parigi in una strada inesistente ma anch’essa del tutto plausibile.
