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letteratura ungherese

SZONJA HERCZEG, “Casa immaginaria”, Miraggi

Traduzione di Andrea Rényi

“Etelka néni si accomodò nella poltrona rossa e prese in mano il telecomando, ma prima di accendere il televisore ricapitolò mentalmente perché e per chi aveva preparato le pogácsa [focacce salate rotonde] dorate e nere. Per il vicino ingrato, per il vecchio rozzo, per il bambino che strillava, per l’adolescente che sentiva musica a volume assordante e, prima di tutto per il calpestio sul ballatoio appena lavato. Per le sue parole calde pronunciate invano.”

Leggendo le 49 novelle che compongono “Casa immaginaria” non si può evitare di ripensare a “La vita istruzioni per l’uso” di Georges Perec perché entrambi i libri conducono i lettori all’interno di un edificio, li portano su e giù tra i suoi piani a spiare la vita di chi percorre le sue scale e abita i suoi appartamenti. Con le dovute, ovvie, differenze, e non solo perché il numero civico uno di Casa Immaginaria si trova a Budapest mentre l’edificio ottocentesco immaginato da Perec si trova a Parigi in una strada inesistente ma anch’essa del tutto plausibile.

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letteratura ceca

BIANCA BELLOVÁ, “L’uomo invisibile”, Miraggi

Traduzione di Laura Angeloni

“La prima volta che vedi una mano staccata ti sembra impossibile, credi che sia un brutto sogno, e la seconda pensi: poveretto, sarà mutilato per sempre, e non puoi che superare il disgusto e distaccarti dalla realtà, perché è l’unico modo. E gli stringi il braccio con un laccio emostatico, per evitare che si dissangui, anche senza una mano si sopravvive no? E quando hai finito, tutto sudato e coperto di sangue, guardi bene il ragazzo e scopri che è morto. Allora ti senti svenire, e poi ti viene da vomitare, e da piangere, ma sai che non puoi, perché ti costerebbe la vita. Per fortuna l’adrenalina ti pompa nelle vene con una tale forza che nemmeno fai in tempo a renderti conto di quello che è successo. E la sera vorresti solo ubriacarti, ma non c’è niente da bere. E rimani così, staccato da tutto.”

Ho incontrato per la prima volta la voce letteraria di Bianca Bellová leggendo il suo bellissimo romanzo “Il lago” e la ritrovo qui con registri e stili in parte diversi, ma pur sempre riconoscibili. Per esempio riconoscibile è la capacità dell’autrice di gestire una trama complessa senza perderne le fila, intrecciandole, lavorandole, fino a condurle ad una conclusione dove tutto, anche ciò che è sottinteso, trova un senso.

La scrittrice costruisce quindi un labirinto e costringe il lettore a percorrerne quasi alla cieca i vari tratti, come se fossero narrazioni indipendenti, a formulare ipotesi sul senso ultimo di una vicenda che mescola il passato con il presente e la realtà con quel tanto di fantastico e di irrazionale che cerca di spiegarla o di darle un senso.

La capacità affabulatoria, che mi è sempre parsa una caratteristica degli scrittori cechi, trova una conferma nella prosa di questa scrittrice contemporanea che racconta in questo romanzo una lunga storia di famiglia e i suoi drammi oscuri che gettano ombre da una generazione all’altra, una storia che si esprime con voci e sensibilità estreme prevalentemente femminili, appartenenti a quelle donne che, come afferma l’autrice nella dedica iniziale, “tessono il collante del mondo”.