Traduzione, cura e introduzione di Eva Banchelli
“Fui assistente in vari manicomi. Tra quei malati mi sentii sempre a mio agio. Realizzai allora che, accanto a piante, animali e pietre, posso sopportare solo due categorie di esseri umani:i bambini e i pazzi, per l’appunto. Per loro nutro da sempre un vero amore e se mi si chiede a quale nazione appartengo rispondo: né ai tedeschi né agli ebrei, ma ai bambini e ai pazzi.”
Nel giro di circa trent’anni nel primo Novecento la letteratura tedesca, o meglio, in lingua tedesca, ha dato al mondo tre capolavori, nati, quasi miracolosamente, in uno dei periodi più bui della nostra storia. Si tratta di “Berlin Alexanderplatz” di Alfred Döblin (tedesco di origine ebraica) edito per la prima volta nel 1929, di “Auto da fé” di Elias Canetti (bulgaro naturalizzato britannico di lingua tedesca, anch’egli di origine ebraica, insignito nel 1981 del Premio Nobel), edito nel 1935, e de “Il tamburo di latta” di Gunter Grass (Premio Nobel nel 1999) edito nel 1959.
Tre romanzi che, per quanto riguarda la mia esperienza di lettrice, rimangono tre vette ineguagliate, tre esempi di tutto ciò che dovrebbe essere la vera letteratura. Ma non li accomuna solo questo. Curiosamente, certo limitatamente alle mie conoscenze, nella produzione dei loro autori, ampia e ovviamente di altissima qualità come testimonia il Nobel attribuito a due di loro e probabilmente sfiorato dal terzo, non credo che esista nessun altro romanzo che si avvicini a quelli citati, che appartenga, si può dire, alla stessa razza. Sono tutti e tre, ognuno nel suo genere, un unicum nato dalla penna di scrittori straordinari che, in questo caso, appaiono colpiti da una felice ispirazione che li fa uscire da ogni schema precostituito e li rende innovatori privi di seguito, testimoni di “un genio misterioso ed anomalo”, come afferma Claudio Magris riferendosi ad Elias Canetti e al suo “Auto da fé”.
Nel caso di Alfred Döblin però la raccolta di racconti “L’assassinio di un ranuncolo”, che ho avuto la fortuna di trovare e di leggere, permette forse di compiere un passo in avanti per avvicinarci alla spiegazione di quel mistero e di quella anomalia che rendono geniale “Berlin Alexanderplatz”, o comunque di comprendere qualcosa in più in relazione alla sua genesi.
“Scrivere un romanzo significa spingersi fino ai limiti dell’incommensurabile nella rappresentazione dell’esistenza umana”, così scrive Walter Benjamin nell’introduzione all’edizione Bur del 1995 del romanzo di Doblin, dal titolo “La crisi del romanzo”. E ancora: “Il luogo di gestazione del romanzo è l’individuo nella sua solitudine, incapace ormai di attribuire valore esemplare alle sue supreme aspirazioni, senza nessuno che lo consigli e neppure in grado di consigliare chicchessia”.
Chi legge “Berlin Alexanderplatz” e segue gli accadimenti della vita di Franz Biberkopf, ex cementiere e facchino ed ex carcerato, impegnato nella difficile ricerca di una vita onesta, difficilmente potrà dimenticare questa figura così fuori dalle righe, così inadeguata ad un contesto sociale che lo spinge costantemente ai margini, e questa sua resistenza del tutto solitaria contro un destino che lo risucchia e sommerge come la città stessa dove vive che cambia e si trasforma sotto ai suoi occhi. Una inadeguatezza, uno sguardo privo di un centro di gravità che impregna di sé lo stile e la struttura stessa del romanzo, considerato uno dei massimi esempi dell’espressionismo tedesco in letteratura.
Leggendo gli otto bellissimi racconti contenuti nella raccolta “L’assassinio di un ranuncolo” che prende il titolo da quello che può essere considerato un piccolo capolavoro, ci si rende conto che Franz Biberkopf non è un caso isolato nella produzione del suo autore, ma che, al contrario, possiede dei fratelli e delle sorelle che gli sono affini, pur mantenendo ognuno una propria spiccata personalità, che vivono la realtà a modo loro – “eroi psicopatici [che hanno] il compito di incarnare, attraverso la malattia dell’anima e i comportamente devianti, la trasgressione alle regole dell’ordine sociale perseguita dagli artisti dell’avanguardia, ribelli e antiborghesi”, scrive la Banchelli – provando gioie e dolori trasparenti o addirittura scandalosi per il buon senso comune, che hanno sguardi che vedono oltre le cose, vivono in una dimensione fortemente disturbata, ma talmente profonda da risultare inquietante, incomprensibile o scandalosa, e hanno una percezione del mondo deformata come lo è quella di Biberkopf che guarda atterrito le case e i palazzi di una Berlino che fatica a riconoscere dopo la prigionia.
Anch’essi infine sono talmente incisivi nell’invenzione letteraria da permeare di sé lo stesso stile dell’autore che si plasma per aderire al loro animo contorto e distorto, riuscendo a condurre il lettore in un mondo unico nel suo genere, dove l’espressione soggettiva, pur nella sua drammaticità, investe l’oggettività di una realtà che al confronto risulta povera e addirittura banale, perché poco evocativa.
La ballerina che disprezza il suo corpo, lo sente estraneo e nemico tanto da ucciderlo come se fosse altro da sé; il signor Adolf Götting, libero studioso, membro di numerose pie associazioni, vittima di un vero delirio religioso; il blasé convinto di avere un’inclinazione naturale per le donne che, a causa degli insuccessi e delle derisioni che è costretto a sopportare, finisce per odiarle; la magra signorina nubile dai capelli grigi, ospite di una pia istituzione che delira nelle notti di luna mentre corteggia la morte; la donna elegante e non più giovane, dalla mente instabile e visionaria che sulla spiaggia di Ostenda cede alle lusinghe di un robusto brasiliano squilibrato e lo cerca sul mare anche dopo la sua morte, e muore annegata a causa dell’allucinazione che la costringe a seguirlo tra le onde; l’illustre ginecologo di Boston dottor William Converdon che stringe un legame via via sempre più disturbato con la sua giovane e bella segretaria, connotato dal desiderio di possesso, dall’adorazione e dalla pulsione a stento controllabile di aggredirla per ridurla ad “un preparato anatomico, un animale in preda a crampi e scatti convulsi; la coppia di giovani donne, unite da una relazione omosessuale, ree di essere state complici nell’avvelenamento del marito di una delle due; e infine Michael Fischer, il paranoico assassino di un ranuncolo che, nella sua pazzia, è capace di guardare con passione e compassione i fiori selvatici, e che in un momento di frenesia decapita un ranncolo, si sente in colpa e si convince di essere diventato un assassino.
Sono tutti indubbiamente malati nell’anima ma anche trasgressori dell’ordine costituito, a loro modo ribelli fino alle estreme conseguenze e assomigliano a Franz Biberkopf nei momenti in cui la vita maligna si oppone ai suoi propositi, quando viene ingannato e trascinato nel delitto.
In realtà il titolo completo del volume in traduzione italiana recita: “L’assassinio di un ranuncolo e altri racconti di uno psichiatra a Berlino” e la traduttrice e curatrice, Eva Banchelli, nella sua introduzione (“Non di me si deve parlare, ma del dottor Döblin”) mette in risalto l’importanza che per la vita e la scrittura dell’autore ha avuto la sua professione di psichiatra. Nel suo scritto, un vero e proprio piccolo saggio, Banchelli permette al lettore di comprendere quanto i racconti compresi nella presente edizione vadano letti anche alla luce dei testi ulteriori di Döblin riportati in Appendice, per i quali l’autore ha scelto dei titoli decisamente significativi: “La vita in un manicomio”, “Medico e scrittore – Singolare curriculum vitae di un autore”, “Orario di visita nell’ambulatorio di un medico della mutua”, “Il viaggio verso l’ignoto”.
Risulta evidente come l’esperienza di medico, protratta per tutta la sua vita (prima come medico assistente nel manicomio di Regensburg – “Qui mi trovo circondato esclusivamente da pazzi assoluti. Alcuni sono casi enormemente interessanti .. ci sono molte cose enigmatiche, stupefacenti e, al contempo, altre oscure e turpi” – poi come assistente nel manicomio berlinese di Buch dove si prende cura di casi di psicopatologia criminale, più tardi per sua scelta aprendo un proprio ambulatorio come medico della mutua per la popolazione più indigente, poi specializzato in malattie nervose, allo scoppio della grande guerra medico militare addetto alla cura dei soldati traumatizzati e dei prigionieri di guerra, a cui si aggiungono studi, pubblicazioni, interventi a congressi in ambito psicoanalitico, fino all’abbandono della medicina dovuto alle leggi razziali che lo costringono a lasciare la Germania), abbia determinato nell’autore un modo particolare di guardare le persone e la realtà che si traduce naturalmente nella sua scrittura a tal punto che i protagonisti di questi otto racconti potrebbero tranquillamente essere stati creati prendendo a modello i pazienti dell’ambulatorio del dottor Döblin, la loro personalità e persino il loro modo di esprimersi e di comunicare.
Scrive Eva Banchelli: nei racconti “si palesa con limpida evidenza la sintonia tra l’approccio psichiatrico e una prosa che non narra né tantomeno commenta delle storie, ma costruisce un rapido scorrere di sequenze nelle quali complesse ed enigmatiche dinamiche interiori sono colte nei loro allusivi sintomi esteriori: tic, guizzi dei volti, movimenti inconsulti, gesti sfuggiti al controllo. Gli eventi psichici intorno a cui ruotano questi testi hanno un’origine imprecisata, che resta oscura, al di fuori del racconto, e consistono spesso in un puro accadere dove anche le consuete sequenze temporali sembrano sospese”.
Alla luce di tutto questo si capisce forse maggiormente da dove provenga la meravigliosa novità letteraria rappresentata da “Berlin Alexanderplatz”, ma anche l’affermazione con cui Döblin conclude uno dei testi riportati in Appendice del presente volume: “.. se le circostanze mi obbligassero, in un’epoca spiritualmente refrattaria, pretenziosa e fasulla io rinuncerei più volentieri e di cuore alla scrittura che non al mestiere di medico, così ricco di contenuti, onesto, per quanto ben poco remunerativo”.
