Nabokov, “Invito a una decapitazione”

VLADIMIR NABOKOV – “Invito a una decapitazione” – Adelphi

Invito a una decapitazione è un violino nel vuoto. La gente di mondo lo riterrà uno scherzo. Le persone anziane gli volteranno frettolosamente le spalle preferendogli romanzi rosa di ambientazione regionale e biografie di personaggi in vista. Nessuna frequentatrice di circoli femminili fremerà d’entusiasmo. I malpensanti vedranno nella piccola Emmie una sorella della piccola Lolita, e i discepoli dello stregone viennese se la rideranno sotto i baffi nel loro grottesco mondo di sensi di colpa collettivi e di educazione progressista. Ma conosco alcuni lettori che faranno un balzo, scompigliandosi i capelli”.

Così scrive lo stesso Nabokov nella prefazione all’edizione americana del romanzo, apparsa a New York nel 1959. La prima stesura del romanzo, in russo, è però del 1934; la traduzione viene condotta dal figlio di Nabokov, Dimitri, in collaborazione con l’autore stesso.

Nabokov è uno dei grandi scrittori del Novecento, dalla vita eccentrica ed avventurosa quanto basta per raccogliere successi e scandali. Nato nella Pietroburgo di fine Ottocento (1899), in una via di marmi elegante a due passi dal Palazzo d’Inverno, rampollo di una famiglia aristocratica, fuggì dalla Russia in seguito alla Rivoluzione e, dopo un passaggio europeo, nel 1940 sbarca negli Stati Uniti. Nabokov è già uno scrittore, un professore universitario, un critico e un entomologo, un appassionato di scacchi, ma la fama arriverà solo con “Lolita”. Fu la moglie Vera a volere fortemente che “Lolita” fosse pubblicato. Dal 1953 cominciò a presentare il manoscritto, respinto e bollato come pornografico. Fu accettato alla fine da un editore parigino ma la vera fama arrivò con la recensione di Graham Greene sul Sunday Times. Così “Lolita” divenne il romanzo cult, nel bene e nel male, degli anni ’50 (gli stessi processi che investirono il libro contribuirono alla sua acclamazione), e il suo autore fu consacrato dal film di Kubrick del 1962, al quale contribuì come sceneggiatore. Nel 1959 Nabokov tornò in Europa e si stabilì in Svizzera, cercando rifugio ad una fama divenuta eccessiva. Si spense a Montreux nel 1977. Sempre nella Prefazione al presente volume, l’autore afferma di aver scritto il romanzo all’incirca quindici anni dopo essere fuggito dal regime bolscevico e appena prima che si affermasse in Germania il regime nazista, e che, pur considerando entrambi i regimi alla stregua di un’unica farsa, non ha inteso scrivere un libro che in qualche modo rispecchiasse il suo rifiuto nei confronti di ogni dittatura. In realtà è difficile non leggere “Invito a una decapitazione” come un’amara metafora della società totalitaria. Il protagonista di questo romanzo, Cincinnatus C. ha un difetto: è “opaco”, nel senso che i suoi pensieri e le sue sensazioni non sono trasparenti agli occhi di coloro che lo circondano. Perciò produce una strana impressione in un mondo fatto di anime reciprocamente trasparenti. In quel mondo l’opacità non è solo un difetto, ma una grave colpa, forse la più grave. In quel mondo si viene condannati a morte non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. Quindi Cincinnatus dovrà essere decapitato, e non sa quando; nell’attesa, dalla sua cella, osserva il mondo attorno a sé che gli appare come una assurda messa in scena. E la sua percezione è esatta: la cella, con il ragno obeso che condivide la vita del condannato, e tutto ciò che gli appare – il carceriere, il compagno di prigionia, la moglie in visita con codazzo di parenti e l’amante del momento, la madre, la figlia dodicenne del direttore del penitenziario: tutto è parodia. Salvo che in quel mondo le parodie uccidono. “Accusato del più spaventoso dei crimini, la turpitudine gnostica così rara e indicibile da rendere necessario il ricorso a circonlocuzioni quali impenetrabilità, opacità, occlusione; condannato per quel crimine alla decapitazione; imprigionato nella fortezza in attesa della data ancora ignota, ma vicina e inesorabile (che egli nitidamente immaginava come lo strappo, lo strattone, lo scricchiolio di un dente mostruoso, tutto il suo corpo era la gengiva infiammata e la sua testa quel dente); ora, in piedi nel corridoio della prigione, sentendosi mancare – ancora vivo, ancora intatto, ancora cincinnatico -, Cincinnatus C. provò una bramosia selvaggia di libertà, la libertà più comune, la più fisica, la più fisicamente attuabile, e all’istante, con sensuale chiarezza, come se il tutto fosse una corona solare fluttuante che emanava da lui medesimo, immaginò la città oltre il fiume poco profondo, la città dove, da ogni parte, si poteva vedere l’alta fortezza in cui egli si trovava”.

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