Lernet-Holenia, “Lo stendardo”

ALEXANDER LERNET-HOLENIA – “Lo stendardo” – Adelphi

Nato nel 1897 e morto nel 1976, Lernet-Holenia ha avuto l’opportunità di essere consapevole testimone del tramonto dell’impero e della nascita del mito asburgico, di quella sua sopravvivenza nella memoria, nel ricordo e nella nostalgia che ha regalato alla letteratura mitteleuropea tante opere di inestimabile valore. La fine di un mondo ha il potere di racchiudere in sé, quasi miracolosamente illuminato, reso tangibile nella sua essenza, depurato da ogni orpello esteriore, ciò di cui era costituito, di fissare per sempre i suoi lineamenti, di renderli immediatamente riconoscibili. Non stupisce quindi il fatto di ritrovare tutto ciò nel romanzo “Lo stendardo”, opera del 1934, perché, come afferma Magris nel suo ricchissimo e fondamentale saggio “Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna”, “Il mito asburgico, lungi dal morire con la fine dell’Impero, sembra anzi avere iniziato con questa la sua più suggestiva e interessante stagione”, d’altra parte il mito non si nutre certo di una realtà oggettiva, ma di memoria e di nostalgia, affidate alla parola. La grande tradizione della narrativa austriaca del Novecento appare permeata, definita e, addirittura sconvolta da una trasformazione così radicale di tutta una civiltà, dal passaggio dalla sicurezza e dall’ordine, alla scoperta del disordine del mondo.

Lernet-Holenia riesce a rendere vivo il quadro dello sfacelo del mondo asburgico, grazie ad una grande facilità di scrittura, che non deve essere, a mio parere, penalizzante (come se fosse quasi una colpa per uno scrittore dimostrare disinvoltura nell’utilizzo dei ferri del proprio mestiere). “Lo stendardo” è un romanzo ricco di suggestioni e di un senso di tragica fatalità. E’ alla dissoluzione dell’unità morale dell’esercito imperiale che l’autore affida il compito di tratteggiare lo scenario della rovina, così che il reggimento di cavalleria a cui il protagonista appartiene, tradizionalmente fiore all’occhiello e orgoglio della potenza asburgica, diventa, pagina dopo pagina, sempre più anacronistico e legato a valori e a pratiche ormai prive di senso. La nascita inarrestabile di risentimenti nazionali distrugge l’unità dell’esercito imperiale, ma, ben più drammaticamente, la capacità dei suoi ufficiali più sensibili e intelligenti di comprendere la realtà, di orientarsi e riconoscersi in ogni suo aspetto. Ecco perché aleggia nel romanzo una sorta di stanchezza spirituale, che colpisce l’alfiere, suo protagonista, tanto che persino la storia d’amore che dovrebbe costituirne la trama principale, risulta scialba e a tratti inconsistente. “Che cosa mai era successo, com’era possibile che il mondo fosse cambiato a tal punto? Ma era proprio cambiato, questo era un fatto. Certo, il suo aspetto era ancora il solito, i campi, le case, il cielo, la luna erano quelli di sempre, ma era mutato qualcosa che stava dietro le cose; ciò ch’era visibile era rimasto uguale, senza dubbio, ma l’invisibile era radicalmente cambiato, nell’animo degli uomini tutto un mondo si stava trasformando, dissolvendo, inabissando; questo lo avvertiva chiunque, persino il semplice contadino polacco che del mondo non aveva mai visto nulla o, se qualcosa aveva visto, non se n’era neppure accorto. Era una vera e propria fine del mondo”. Una struggente nostalgia e una costante sensazione di vivere fuori tempo, unite ad una sorta di fatalismo, unica spiegazione che l’autore sembra darsi della fine del mondo asburgico, sono nello stesso tempo i pregi e i limiti di questo romanzo, limiti che, però, appaiono a posteriori, alla luce della lettura di Joseph Roth e di Robert Musil. Il confronto, a mio parere, è ingiusto e impietoso. Lernet-Holenia tratteggia l’irrimediabile fine dell’Austria felix, indicandone già le implicazioni spirituali, in Roth il mito asburgico diventa epico e la dissoluzione diventa metafisica e poesia, in Musil, infine, diventa rivoluzione ontologica e stilistica e la realtà solo un pretesto, ma siamo ormai in un altro mondo letterario.

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