Category Archives: letteratura tedesca

Arno Schmidt, “Leviatano o il migliore dei mondi”

ARNO SCHMIDT – Leviatano o il migliore dei mondi – Mimesis

“Saluterei con gioia la fine dell’umanità; ho fondata speranza che entro – beh – fra i 500 e gli 800 anni si saranno annientati del tutto; e sarà cosa buona”

Accolgo ogni uscita in traduzione italiana di un libro di Arno Schmidt con enorme gratitudine per chi abbia deciso di intraprendere l’ardua fatica di una trasposizione linguistica al limite dell’impossibile. Tanto più se, come nel caso presente, questa è accompagnata da un commentario che è molto più di un apparato di note, configurandosi come una vera e propria chiave interpretativa, indispensabile per penetrare in un testo potentemente allusivo, costruito su una messe infinita di citazioni e riferimenti, che sembra procedere tra equilibrismi e affondi in una cultura vastissima, percorsa da Schmidt con la naturalezza e la sicurezza del padrone di casa, che si permette ogni sorta di appropriazione e di trasposizione, giocando tra i veli delle metamorfosi linguistiche e conducendo il lettore in labirinti che rendono necessaria una guida sicura. La gratitudine del lettore italiano va quindi a Dario Borso, traduttore e curatore della presente edizione, il quale fornisce nella Premessa le informazioni necessarie per inquadrare il testo all’interno della produzione e della vita dell’autore. Il “Leviatano” è costituito da una quarantina di pagine, fitte, dense, concentrate, tese e meravigliose che possono conquistare qualsiasi lettore, ma tanto più coloro che già hanno avuto l’opportunità di farsi coinvolgere dalla prosa personalissima di un autore che di sé diceva: “Non sono un poeta. Mi manca la facilità. Il vero poeta compone come respira”.

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Siegfried Lenz, “Lezione di tedesco”

SIEGFRIED LENZ – Lezione di tedesco – Neri Pozza

“Lezione di tedesco”, pubblicato in Germania nel 1968, è l’ultima opera presentata nella miscellanea “Il romanzo tedesco del Novecento” (la prima è “I Buddenbrook” di Thomas Mann, 1901), il volume pubblicato da Einaudi nel 1973 e redatto a cura di Giuliano Baioni, Giuseppe Bevilacqua, Cesare Cases e Claudio Magris, al fine di rendere omaggio a Ladislao Mittner, in occasione del suo settantesimo compleanno. Omaggio e attestazione di stima nei confronti di colui che viene considerato il nostro massimo germanista, l’autore di quella summa che è la sua “Storia della letteratura tedesca”. I saggi che costituiscono la raccolta, alcuni scritti dagli stessi curatori (G. Baioni si occupa de “Il castello” di Kafka, C. Cases de “La promessa” di Durrenmatt, G. Bevilacqua de “I turbamenti del giovane Torless” di Musil e C. Magris de “La marcia di Radetzky” di Roth e di “Perturbamento” di Bernhard, curiosamente tradotto “Perturbazione”), ma, per la maggior parte, affidati ad altri studiosi, italiani o tedeschi, culturalmente o spiritualmente vicini al festeggiato, presentano e analizzano i più importanti romanzi del Novecento tedesco, ordinati cronologicamente in base alla data della loro prima pubblicazione.

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Uwe Tellkamp, “La torre”

UWE TELLKAMP – La torre – Bompiani

“Cercando, il fiume sembrava tendersi nella notte che principiava, la pelle si sgualciva e crepitava; pareva voler precedere il vento che si alzava in città, quando il traffico sui ponti era ridotto a poche auto e sporadici tram, il vento proveniente dal mare che circondava l’Unione Sovietica, l’Impero Rosso, l’Arcipelago, venato inframmezzato pervaso da arterie vene capillari del fiume alimentato dal mare, nella notte, il fiume che portava i rumori e i pensieri alla superficie scintillante, il riso, la serietà e l’allegria nella crescente oscurità…”

 Queste sono le note d’apertura dell’ouverture che dà inizio alla lunga e complessa sinfonia di un romanzo musicalmente strutturato, costituito da una ouverture, un primo movimento, un interludio, un secondo movimento e un finale. Una struttura necessaria a contenere e a trattenere una materia narrativa debordante e lussureggiante. “La torre” è un romanzo recente, è stato pubblicato nel 2008 e ha permesso al suo autore, Uwe Tellkamp (nato a Dresda nel 1968), di ricevere nello stesso anno il Premio Uwe Johnson. Tre anni prima, per il romanzo “Der Eisvogel”, gli era stato assegnato il Premio Ingeborg Bachmann. Premi dedicati a nomi di grande prestigio della letteratura tedesca contemporanea che, se non possono certo essere da soli una garanzia di merito per l’autore, predispongono però favorevolmente il lettore che si appresta all’impresa di inoltrarsi nel mondo de “La torre” (un viaggio lungo circa 1300 pagine).

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Jakob Wassermann, “Caspar Hauser o l’ignavia del cuore”

JAKOB WASSERMANN – Caspar Hauser o l’ignavia del cuore – B.U.R.

caspar_hauserIl 26 maggio 1828, lunedì di Pentecoste, in una piazza di Norimberga, avviene un fatto strano e inquietante, destinato a suscitare una morbosa curiosità, prima tra gli abitanti della città, e poi in tutto il Regno di Baviera, a generare una quantità di ipotesi interpretative da parte di uomini di legge e di cultura, e a tramutarsi in seguito in fertile fonte di ispirazione per molti scrittori, diventando un caso la cui eco è giunta fino alla nostra epoca (è del 1974 il film “L’enigma di Kaspar Hauser”, scritto e diretto da Werner Herzog). In pieno pomeriggio, in quella piazza, compare dal nulla un ragazzo dall’apparente età di sedici anni, vestito con abiti contadini. Il ragazzo si muove con un portamento da ubriaco, non riesce a stare diritto e fatica a muovere i piedi che appaiono feriti e ulcerati. Si guarda intorno, spaesato e meravigliato, come se vedesse il mondo per la prima volta, con gli occhi socchiusi per proteggersi dalla luce. Piange ed è affamato, ma rifiuta con orrore e ribrezzo cibi e bevande, tranne il pane nero e l’acqua. Si esprime con pianti, grida di dolore e suoni incomprensibili, pronunciando un’unica frase di senso compiuto, che ripete in modo ossessivo, come un ritornello: “Diventare cavaliere, come mio padre”. Così compare dal nulla Kaspar Hauser, l’enigma vivente destinato a diventare tanto popolare da essere chiamato “il Fanciullo d’Europa”, e al nulla ritorna in modo altrettanto misterioso, nel 1833, quando viene pugnalato a morte da uno sconosciuto nella cittadina bavarese di Ansbach, dove è sepolto. Sulla sua lapide si legge: “Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la sua origine, misteriosa la sua morte”.

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Gottfried Benn, “Morgue”

GOTTFRIED BENN – “Morgue” – Einaudi

benn-morgue“Era un ciclo di sei poesie che affluirono e s’avventarono tutte nello stesso momento, esistettero, prima di esse non esisteva nulla; allorchè lo stato crepuscolare fu al suo termine, restai vuoto, affamato, barcollante e me ne uscii in silenzio dal grande sfacelo”.

Così scrive lo stesso Benn rievocando quella sorta di furia compositiva che sembra avere accompagnato la stesura di questa raccolta, costituita da versi che appaiono al loro autore come relitti scampati, o forse originati, dal grande sfacelo del mondo. In “Morgue” si avverte la giovinezza, l’intransigenza e l’irriducibilità della giovinezza, come si avverte la familiarità con gli aspetti più prosaici della corruzione dei corpi, della malattia, della morte e della decomposizione. Ma, soprattutto, si avverte la consuetudine con un uso perentorio e totalizzante della parola poetica che, nelle mani dell’autore diventa, letteralmente, un bisturi affilato che si apre deciso la strada verso la più nuda e spoglia e desolatamente orrida realtà delle cose. Perché la poesia o è totalizzante o non è, la poesia non media e si nutre di essenza, a qualsiasi altezza o in qualsiasi abisso essa si nasconda. La poesia forza le serrature imposte da convenzioni, regole sociali, cliché letterari, gusti del pubblico. La poesia sovverte, apre finestre su scenari che forse si preferirebbe non vedere e, intanto, abbaglia e affascina. I versi di Benn lo fanno “urtando” il lettore, obbligandolo a fissare l’interno della Morgue, perché è lì che finiscono i relitti della vita, lì si raccoglie ciò che rimane.

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Johnson, “Un viaggio a Klagenfurt”

UWE JOHNSON – “Un viaggio a Klagenfurt” – SE

viaggio-a-klagenfurt“Chi ammira con gli occhi la bellezza/ è già consegnato alla morte” (August Von Platen)

Sembra che fossero tra i versi prediletti di Ingeborg Bachmann, di questa poetessa così apprezzata da tanti grandi scrittori suoi contemporanei, la cui tragica, prematura e anche assurda morte, avvenuta a Roma il 17 ottobre 1973, li ha lasciati orfani di una voce tanto ammirata e amata. Mi piace molto la poesia della Bachmann e, se questa espressione avesse senso, non esiterei a definirla in assoluto la mia poetessa preferita, e uno dei miei poeti preferiti. Un’affezione che ha richiesto tempo e riletture, un po’ per l’inevitabile ostacolo rappresentato dalla traduzione, un po’ perché i versi della Bachmann non affidano certo la loro bellezza alla immediatezza; i suoi versi sono, sempre, un percorso sofferto che conduce ad abbaglianti e improvvise rivelazioni, attraverso strade anguste, costellate di ostacoli a prima vista insormontabili. La Bachmann è una poetessa colta, raffinata, complessa, dotata di un’anima estremamente sensibile che si ammanta della sua fragilità e ne fa un espediente per forzare il lessico abituale e prevedibile, per costringere le parole ad intraprendere un viaggio verso un’impossibile verità, “in cerca di frasi vere”, sull’onda di una musicalità spezzata, dissonante, sempre sorprendente. Mi piace molto la poesia della Bachmann e mi piace trovare una conferma a questa mia affezione nelle parole che i grandi scrittori tedeschi a lei contemporanei le hanno dedicato anche, ma ovviamente non solo, in occasione della sua morte improvvisa. Definirli necrologi mi appare riduttivo, si devono considerare piuttosto attestazioni di ammirazione e di rimpianto, dichiarazioni d’amore, tentativi per elaborare il dolore di un lutto.

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Weiss, “La prova del fuoco”

ERNST WEISS – La prova del fuoco – SILVY edizioni

“La prova del fuoco” di Ernst Weiss è un libro che stupisce, interroga, ferisce e crea un disagio che procede di pari passo con una progressiva e infine convinta ammirazione. Un libro che sottopone lo stesso lettore ad una prova rigorosa e severa. Non esistono in queste pagine cedimenti o sconti, né per il protagonista, né per lo scrittore, né, tantomeno, per il lettore. “Tutta questa letteratura è assalto al limite”: così Kafka scriveva nei suoi “Diari” nel 1922, riferendosi alla produzione letteraria della sua generazione di scrittori ebreo tedeschi praghesi. E non credo che si possa dare di questo romanzo una definizione più calzante. Queste pagine sono un assalto al limite, una cavalcata verso l’indicibile, un’energica spallata ad ogni codificata regola della narrazione. Già leggendo la prima pagina – lo splendido incipit che emoziona per la sua lucidità, per il suo essere refrattario ad ogni trucco psicologico o sentimentale, per la sua eloquenza intellettuale – mi chiedevo dove la mia esperienza di lettrice avesse incontrato una sensazione di desolante spaesamento paragonabile a quella costruita da Weiss, una simile sensazione di assoluta abdicazione, un simile assalto al limite ultimo che è, forse, quello dell’identità. “Non so chi ero, non so chi sono. Non so chi sia l’uomo che scrive questo resoconto e definisce tutto ciò che segue realtà, non sogno”.

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Wassermann, “Il tumulto intorno allo Junker Ernst”

JAKOB WASSERMANN – “Il tumulto intorno allo Junker Ernst” – Sellerio

Essere ebreo, povero e tedesco, e vivere gli anni della propria maturazione intellettuale nel difficilissimo periodo del primo dopoguerra, assistere con lucida consapevolezza alla inarrestabile ascesa politica del nazismo, spegnersi infine un anno dopo la nomina di Hitler a cancelliere del Reich, prevedendo i cupi scenari che si andavano preparando per la Germania e per il mondo e portando con sé il dolore di non aver potuto pubblicare il suo ultimo romanzo nella sua patria, perché nessuna casa editrice tedesca era disposta ad accettare l’opera di un autore di origine ebraica. Questa è stata la sorte di uno scrittore, nonostante tutto, molto prolifico, apprezzato e amato da tanti grandi intellettuali a lui contemporanei, ma di lui molto più noti. Suo amico, estimatore e nume tutelare, Thomas Mann, affida ad una sorta di necrologio , lo scritto “Un saluto a Jakob Wassermann”, non solo l’espressione dei suoi sentimenti per l’amico, ma anche una indicazione di lettura, semplice ed efficace, il punto di vista da cui partire per apprezzare la sua opera: “Chi o che cosa è Jakob Wassermann? Un narratore. Egli è innanzitutto nient’altro che questo. Un favoleggiatore di sangue e d’istinto, nessun altro tra noi è come lui. Talvolta gli ho detto, scherzando, che potrebbe starsene seduto, a gambe incrociate, sulla riva degli Schiavoni, o in qualche mercato orientale, e narrare – narrare – e la gente starebbe attorno a lui ad ascoltarlo, con gli occhi sgranati e la bocca spalancata”. Ebbene, credo che nessuna delle opere di Wassermann corrisponda maggiormente – per struttura, ambientazione, personaggi – all’osservazione di Thomas Mann, del romanzo “Il tumulto intorno allo Junker Ernst”.

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Johnson, “Schizzo di un infortunato”

UWE JOHNSON – “Schizzo di un infortunato” – SE

“Non è tempo per storie in prima persona”

Un avvicinamento. Riscontri, riconoscimenti e suggestioni. Questo libro rappresenta il mio personale avvicinamento all’opera di Uwe Johnson, o meglio, al pianeta Johnson, data l’importanza che la sua immensa tetralogia, “I giorni e gli anni”, riveste nella letteratura tedesca del secondo dopoguerra. Un avvicinamento ricco di riscontri e di suggestioni. La prima nasce dalla bellissima foto riportata in copertina, che ritrae l’autore seduto in completa solitudine sullo sfondo di una brughiera, in una posa e in un atteggiamento che, inevitabilmente, mi riportano al mondo di Arno Schmidt, alla sua faunesca solitudine, alla sua prosa frammentaria, poetica, fortemente innovativa, a quel suo modo, assolutamente personale, di obbligare il lettore a collaborare come parte attiva alla costruzione del suo mosaico narrativo. Una suggestione visiva quindi, confortata però anche dalla consapevolezza, per ora solo iniziale, ma che spero di poter approfondire con le mie future letture, che Arno Schmidt, Uwe Johnson e Walter Kempowski rappresentano tre delle voci più geniali della pur ricca produzione letteraria tedesca del secondo novecento.

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Fallada, “Tutto da rifare, pover’uomo…”

HANS FALLADA – “Tutto da rifare, pover’uomo…” – Mondadori

Capita di trovare libri sulle bancarelle che ti obbligano a fare un percorso più lungo, apparentemente deviante, nell’avvicinamento ad un nuovo autore. Ma, come nei viaggi, abbandonare la strada maestra apre nuove prospettive e possibilità che sarebbero irrimediabilmente perse seguendo un percorso prestabilito, così avviene in questo girovagare, annusare, deviare, seguendo le tracce letterarie. Tutto questo per dire che ho iniziato a leggere Fallada da questo romanzo che, ora lo so, è la continuazione (o meglio, una sorta di riscrittura) del suo libro più famoso, senza dubbio meritatamente più famoso. Si tratta della versione simmetrica, speculare del suo pover’uomo, forse una specie di gioco letterario, di esperimento arguto. Questo mio girovagare, lo so, mi porterà alla fine a trovarmi a faccia a faccia con l’essenza di questo scrittore, ma quando ci arriverò non giungerò a mani vuote.

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