Category Archives: letteratura tedesca

Hans Erich Nossack, “Spirale. Romanzo di una notte insonne”

HANS ERICH NOSSACK – Spirale. Romanzo di una notte insonne – Feltrinelli

“Ho un’invincibile ripugnanza per la story… Quando un sasso cade nell’acqua mi affascinano gli anelli che si formano, non soltanto sulla superficie, ma anche sotto, e anche nell’aria che la sovrasta. Anelli che non cessano mai di riprodursi, anche quando il fatto è da tempo dimenticato”.

E’ questa dichiarazione di Nossack – riportata da Hans Bender nel suo saggio “La prosa tedesca dopo il ‘45”, che introduce la raccolta “19 nuovi scrittori tedeschi”, edita da Feltrinelli nel lontano 1962 – la chiave che rende più agevole l’accesso ad un’opera che già a partire dal titolo dichiara il suo essere sui generis per quanto attiene alla tipologia testuale, alla concatenazione degli eventi e alla loro collocazione temporale. A ben vedere, forse, il romanzo a cui Nossack allude nel titolo è tutto racchiuso, e concluso, nella sua breve prefazione al testo, perché qui – e solo qui – egli fa riferimento ad un evento, peraltro vago, che ha reso l’uomo, protagonista dell’opera e voce dominante di ogni sua parte, insonne. Sono sempre queste brevi righe a tratteggiare la cornice notturna, ad alludere ad una lotta per la conquista del sonno e a suggerire, infine, la reale portata simbolica di quella spirale che etichetta e insieme interpreta tutte le pagine che racchiude. “Tuttavia, ogni volta che la spirale dei suoi pensieri sta per avvolgersi nel sonno, urta contro nuovi detriti della sua vita e, di nuovo, risale nella luce spietata e ambigua dell’insonnia”. La spirale, dunque, è la traiettoria lungo la quale si snoda il pensiero del protagonista, potentemente onnipresente nelle pagine del romanzo, un pensiero che “si giudica, si assolve, si difende e cerca di concedere a se stesso la grazia per trovare, finalmente, la pace”. Nossack si cimenta in una prosa speculativa che appare decisamente parca nel concedersi alla “story”, o meglio, che lascia al lettore il compito di andare a ritrovare nel testo le tracce – che pure esistono – dello svolgimento romanzesco, ed è invece accuratissima, volutamente insistente e quasi ridondante, nel riprodurre un’altra trama, più sottile e sfuggente, fatta di allusioni e suggerimenti, labile, inafferrabile, ma totalmente libera dall’assoggettamento a regole e leggi esterne a se stessa, la trama in cui l’io, a diversi gradi e momenti di consapevolezza, è costantemente immerso e in cui spesso è costretto, vanamente, a dibattersi.

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Victor Klemperer, “E così tutto vacilla”

VICTOR KLEMPERER – E così tutto vacilla – Scheiwiller

“Tali sono gli abissi della storia: tutto vi giace alla rinfusa e, se si cala lo sguardo per arrivare al fondo, si è colti da un senso di orrore e di vertigine” (W. G. Sebald, “Storia naturale della distruzione”)

Effetto Sebald: chi apre un suo libro si predispone ad arrendersi alla vertigine del senso, a percorrere sentieri che si incrociano, intrecciano e motivano, a non lasciarsi sopraffare dal delirio delle coincidenze e delle suggestioni e, infine, chi apre un suo libro sa che, prima o poi, farà un incontro che si prenderà il lusso di seguire, fino in fondo. E’ nelle pagine di “Storia naturale della distruzione” di Sebald che ho trovato il primo accenno agli sterminati diari dell’ebreo tedesco Victor Klemperer. Una traccia che mi sono concessa di seguire per ritrovarmi nel bel mezzo di una nuova rete di coincidenze – potenza sebaldiana – questa volta però, ben più modestamente, tutta personale e legata alla mia storia di lettrice. Come potevo infatti immaginare, recuperando il corposo volume,un estratto dei suddetti diari, fortunatamente edito da Scheiwiller nel 2010 e ancora disponibile sul mercato, che lo stesso fosse introdotto da una prefazione scritta da Antonio Moresco e, inoltre, tradotto e curato da Anna Ruchat, che ha reso così nuovamente accessibile ai lettori italiani una parte della precedente monumentale edizione uscita nel 2000 presso Mondadori e ormai introvabile? Un indiretto effetto sebaldiano: Antonio Moresco è l’autore italiano che ultimamente mi capita di leggere più spesso e che mi ha in un certo senso riconciliato con la nostra letteratura contemporanea, riempiendomi anche di felici aspettative riguardo alla sua produzione futura. Anna Ruchat è, e sarà sempre per me, la traduttrice di Thomas Bernhard, colei che ha reso possibile il mio incontro con quella grande prosa che ha in gran parte formato il mio gusto letterario.

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Franz Fuhmann, “La Boemia in riva al mare e altri racconti”

FRANZ FUHMANN – La Boemia in riva al mare e altri racconti – Marietti

“Se da queste parti le case sono verdi, entrerò ancora in una casa./ Se qui i ponti sono intatti, camminerò su un fondo sicuro./ Se la fatica d’amore in ogni tempo va sprecata, qui la sprecherò volentieri.// Se non sono io, è uno che potrebbe essere me.// Se qui una parola mi accosta, la lascerò accostare./ Se la Boemia sta ancora sul mare, crederò di nuovo ai mari./ E se al mare credo ancora, spererò nella terra.// Se sono io, allora è chiunque sia simile a me./ Non voglio più niente. Voglio andare a fondo.// A fondo – nel mare cioè, lì troverò la Boemia./ Affondata, mi sveglierò tranquilla./ Adesso so fino in fondo, e non sono smarrita.// Venite, tutti voi boemi, marinai, puttane d’angioporto e navi/ senza ancora. Non volete essere boemi, voi illiri, veronesi,/ e veneziani tutti?/ Recitate le commedie che fanno ridere// e sono da piangere. E sbagliatevi cento volte,/ come io mi sbagliai e non superai mai prove,/ eppure le ho superate, una volta dopo l’altra.// Come le superò la Boemia e un bel giorno/ ebbe la grazia del mare e ora sta sull’acqua.// Mi accosto ancora a una parola e a un’altra terra,/ mi accosto, anche se poco, sempre più a tutto,// boemo, chierico vagante, che niente ha, che niente trattiene,/ dotato soltanto dal mare, che è dubbio, di occhi per la mia terra d’elezione”. (Ingeborg Bachmann, “Bohmen liegt am Meer – La Boemia sta sul mare”)

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Arno Schmidt, “Leviatano o il migliore dei mondi”

ARNO SCHMIDT – Leviatano o il migliore dei mondi – Mimesis

“Saluterei con gioia la fine dell’umanità; ho fondata speranza che entro – beh – fra i 500 e gli 800 anni si saranno annientati del tutto; e sarà cosa buona”

Accolgo ogni uscita in traduzione italiana di un libro di Arno Schmidt con enorme gratitudine per chi abbia deciso di intraprendere l’ardua fatica di una trasposizione linguistica al limite dell’impossibile. Tanto più se, come nel caso presente, questa è accompagnata da un commentario che è molto più di un apparato di note, configurandosi come una vera e propria chiave interpretativa, indispensabile per penetrare in un testo potentemente allusivo, costruito su una messe infinita di citazioni e riferimenti, che sembra procedere tra equilibrismi e affondi in una cultura vastissima, percorsa da Schmidt con la naturalezza e la sicurezza del padrone di casa, che si permette ogni sorta di appropriazione e di trasposizione, giocando tra i veli delle metamorfosi linguistiche e conducendo il lettore in labirinti che rendono necessaria una guida sicura. La gratitudine del lettore italiano va quindi a Dario Borso, traduttore e curatore della presente edizione, il quale fornisce nella Premessa le informazioni necessarie per inquadrare il testo all’interno della produzione e della vita dell’autore. Il “Leviatano” è costituito da una quarantina di pagine, fitte, dense, concentrate, tese e meravigliose che possono conquistare qualsiasi lettore, ma tanto più coloro che già hanno avuto l’opportunità di farsi coinvolgere dalla prosa personalissima di un autore che di sé diceva: “Non sono un poeta. Mi manca la facilità. Il vero poeta compone come respira”.

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Siegfried Lenz, “Lezione di tedesco”

SIEGFRIED LENZ – Lezione di tedesco – Neri Pozza

“Lezione di tedesco”, pubblicato in Germania nel 1968, è l’ultima opera presentata nella miscellanea “Il romanzo tedesco del Novecento” (la prima è “I Buddenbrook” di Thomas Mann, 1901), il volume pubblicato da Einaudi nel 1973 e redatto a cura di Giuliano Baioni, Giuseppe Bevilacqua, Cesare Cases e Claudio Magris, al fine di rendere omaggio a Ladislao Mittner, in occasione del suo settantesimo compleanno. Omaggio e attestazione di stima nei confronti di colui che viene considerato il nostro massimo germanista, l’autore di quella summa che è la sua “Storia della letteratura tedesca”. I saggi che costituiscono la raccolta, alcuni scritti dagli stessi curatori (G. Baioni si occupa de “Il castello” di Kafka, C. Cases de “La promessa” di Durrenmatt, G. Bevilacqua de “I turbamenti del giovane Torless” di Musil e C. Magris de “La marcia di Radetzky” di Roth e di “Perturbamento” di Bernhard, curiosamente tradotto “Perturbazione”), ma, per la maggior parte, affidati ad altri studiosi, italiani o tedeschi, culturalmente o spiritualmente vicini al festeggiato, presentano e analizzano i più importanti romanzi del Novecento tedesco, ordinati cronologicamente in base alla data della loro prima pubblicazione.

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Uwe Tellkamp, “La torre”

UWE TELLKAMP – La torre – Bompiani

“Cercando, il fiume sembrava tendersi nella notte che principiava, la pelle si sgualciva e crepitava; pareva voler precedere il vento che si alzava in città, quando il traffico sui ponti era ridotto a poche auto e sporadici tram, il vento proveniente dal mare che circondava l’Unione Sovietica, l’Impero Rosso, l’Arcipelago, venato inframmezzato pervaso da arterie vene capillari del fiume alimentato dal mare, nella notte, il fiume che portava i rumori e i pensieri alla superficie scintillante, il riso, la serietà e l’allegria nella crescente oscurità…”

 Queste sono le note d’apertura dell’ouverture che dà inizio alla lunga e complessa sinfonia di un romanzo musicalmente strutturato, costituito da una ouverture, un primo movimento, un interludio, un secondo movimento e un finale. Una struttura necessaria a contenere e a trattenere una materia narrativa debordante e lussureggiante. “La torre” è un romanzo recente, è stato pubblicato nel 2008 e ha permesso al suo autore, Uwe Tellkamp (nato a Dresda nel 1968), di ricevere nello stesso anno il Premio Uwe Johnson. Tre anni prima, per il romanzo “Der Eisvogel”, gli era stato assegnato il Premio Ingeborg Bachmann. Premi dedicati a nomi di grande prestigio della letteratura tedesca contemporanea che, se non possono certo essere da soli una garanzia di merito per l’autore, predispongono però favorevolmente il lettore che si appresta all’impresa di inoltrarsi nel mondo de “La torre” (un viaggio lungo circa 1300 pagine).

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Jakob Wassermann, “Caspar Hauser o l’ignavia del cuore”

JAKOB WASSERMANN – Caspar Hauser o l’ignavia del cuore – B.U.R.

caspar_hauserIl 26 maggio 1828, lunedì di Pentecoste, in una piazza di Norimberga, avviene un fatto strano e inquietante, destinato a suscitare una morbosa curiosità, prima tra gli abitanti della città, e poi in tutto il Regno di Baviera, a generare una quantità di ipotesi interpretative da parte di uomini di legge e di cultura, e a tramutarsi in seguito in fertile fonte di ispirazione per molti scrittori, diventando un caso la cui eco è giunta fino alla nostra epoca (è del 1974 il film “L’enigma di Kaspar Hauser”, scritto e diretto da Werner Herzog). In pieno pomeriggio, in quella piazza, compare dal nulla un ragazzo dall’apparente età di sedici anni, vestito con abiti contadini. Il ragazzo si muove con un portamento da ubriaco, non riesce a stare diritto e fatica a muovere i piedi che appaiono feriti e ulcerati. Si guarda intorno, spaesato e meravigliato, come se vedesse il mondo per la prima volta, con gli occhi socchiusi per proteggersi dalla luce. Piange ed è affamato, ma rifiuta con orrore e ribrezzo cibi e bevande, tranne il pane nero e l’acqua. Si esprime con pianti, grida di dolore e suoni incomprensibili, pronunciando un’unica frase di senso compiuto, che ripete in modo ossessivo, come un ritornello: “Diventare cavaliere, come mio padre”. Così compare dal nulla Kaspar Hauser, l’enigma vivente destinato a diventare tanto popolare da essere chiamato “il Fanciullo d’Europa”, e al nulla ritorna in modo altrettanto misterioso, nel 1833, quando viene pugnalato a morte da uno sconosciuto nella cittadina bavarese di Ansbach, dove è sepolto. Sulla sua lapide si legge: “Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la sua origine, misteriosa la sua morte”.

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