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Adolf Muschg, “Almeno per cominciare”

ADOLF MUSCHG – Almeno per cominciare – Edizioni Controluce

“Non era successo niente, ma quando salì le scale, ebbe la certezza che tutto era finito, e capì che non c’era mai stato nulla. Fu un crollo immenso e tuttavia completamente silenzioso, incessante; non sentì neppure che stava precipitando. Ma ciò che si diffondeva attorno a lui era ormai solo l’eco beffarda e la fioca parvenza delle cose. Si ritrovò come risvegliato da uno sfinimento durato quarant’anni, ma per cosa? Non c’era più nulla.”

La solitudine non è certo un tema insolito per un autore contemporaneo, ma quella con cui fanno i conti i personaggi di Muschg possiede un’impronta che la rende inedita e, in seguito, riconoscibile. Perché la sua scrittura è come una macchina da presa, non certo asettica, ma a suo modo impietosa che nemmeno per un attimo abbandona l’inquadratura in primo, anzi in primissimo, piano sul protagonista, escludendo così altre presenze, altre esistenze, che divengono, seppur presenti, accessorie e, forse, funzionali. C’è una luce sospesa, la luce della ribalta, ad accendere ognuna di queste pagine e il lettore non può che attendere il sopraggiungere del momento estremo dell’assoluta sincerità di un’anima e seguirla, per un tratto, trascinato da una scrittura a tal punto concentrata e tesa che si permette di tralasciare, addirittura di dimenticare, la prevedibile necessità di una trama completa. I racconti di Muschg non sono mai lineari, ma procedono a piccoli passi, in un percorso concentrico –  fatto di progressivi avvicinamenti ed improvvise deviazioni – verso il cuore dolente di un fatto drammatico o addirittura tragico che, arrivati al dunque, per una sorta di estremo pudore, viene solo sfiorato o protetto dalle sue ripercussioni, dalla sua eco, quasi sempre imperitura.

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Muschg, “Storie d’amore”

ADOLF MUSCHG – “Storie d’amore” – Marcos y Marcos

Parafrasando il titolo di un famoso libro di Carver, mi chiedo: di cosa parla Muschg quando parla d’amore? Una domanda più che legittima, perché ho già potuto conoscere la scrittura di questo autore leggendo i nove racconti che costituiscono l’altro suo unico libro disponibile in traduzione italiana, la raccolta intitolata “L’impiccato”, e sono quindi consapevole che, come suggerisce Magris, chi incontra Muschg deve essere pronto a compiere insieme a lui “spedizioni in continenti inquietanti”, salti in nuove dimensioni, dove “assolutezza esistenziale” e “ambiguità fantastica” si legano in un nodo inestricabile. Bisogna quindi avvicinarsi con cautela a queste sette storie, definite da un titolo così inoffensivo, che appare addirittura un po’ ironico; inoffensivo e a suo modo tranquillizzante, perché allude a quella infinita serie e varietà di accadimenti e di situazioni di cui la vita e la letteratura rendono esperti o, comunque, consapevoli. Bene, nessuno di questi racconti parla di amore nel senso tradizionale del termine: sono perfette macchine narrative, taglienti e inospitali, prive di angoli in cui il lettore possa riposare cullato da una parvenza di riconoscimento. Sono pagine che interrogano e che provocano la necessità della rilettura, perché bisogna inoltrarsi almeno una seconda volta in un terreno sconosciuto per iniziare, se non a comprenderne tutti gli aspetti, almeno a coglierne la bellezza. Sono sette racconti magnifici e il fatto che siano stati scritti circa vent’anni prima de “L’impiccato” la dice lunga sulla grandezza di questo autore, considerato a ragione l’erede di Durrenmatt e di Frisch.

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Muschg, “L’impiccato”

ADOLF MUSCHG – “L’impiccato” – Dadò

“Senza storie e senza raccontare storie non si può vivere, ma le storie sono bugie.” (Claudio Magris)

“…come se la fine di tutte le cose avesse fatto capolino e ridendo gli fosse passata accanto.”

Nove racconti precisi e taglienti, nove perfette macchine narrative nella migliore tradizione della letteratura mitteleuropea. Un autore che (ancora una volta) non avrei mai incontrato senza i suggerimenti di lettura convincenti e autorevoli di Magris. Per Muschg, considerato l’erede di Durrenmatt e di Frisch, “la letteratura è una ricerca sulla misura della capacità di sopportare la propria forma di vita”, il tentativo di “trovare delle chiare domande e poi di trovare, per queste domande, una chiara forma”. Quello che il lettore coglie è intensità, passione e smarrimento.