LÁSZLÓ KRASZNAHORKAI – Satantango – Bompiani
“Cullati dai suoni vellutati della fisarmonica, i ragni della kocsma si lanciarono al loro ultimo attacco. Fecero calare leggere reti sopra le bottiglie, i bicchieri, le tazze, i posacenere, circondarono le gambe dei tavoli e delle sedie, dopo di che – con alcuni lievissimi fili segreti – congiunsero tra loro quelle reti, come se per loro fosse importante percepire ogni minimo movimento, ogni più piccolo fremito, nascosti nelle loro tane oscure e insvelate, finchè quella loro rete misteriosa, perfetta e quasi invisibile, rimaneva inviolata. Intrecciarono i visi degli addormentati, i loro piedi e le loro mani, poi velocissimi corsero a nascondersi nei loro rifugi, per poter ricominciare quel criptico lavorio in attesa del fremito di uno di quei fili tenui come un soffio”.
Così termina la prima parte di “Satantango” e anche il capitolo dedicato a quel tango “satanico” da cui ha origine il titolo musicale, misterioso e anche vagamente inquietante del romanzo, capitolo centrale nell’economia della narrazione, perché prelude ad una svolta, pone termine ad una lunga attesa, celebrando una sorta di rito pagano, dionisiaco si potrebbe dire, perché l’alcool e il ritmo lento e suadente della fisarmonica induce tutti i presenti – il gruppo di protagonisti di questo romanzo corale – ad abbandonare i propri freni inibitori e a lasciarsi trasportare dalla travolgente e nostalgica melodia. E nessuno fa più caso al fatto che la danza calpesti il pavimento lurido di una bettola circondata dal nulla, che i cavalieri siano uomini abbruttiti dalla fatica di una vita precaria e senza speranza, che le dame siano donne squallide e volgari e che tutti indifferentemente siano sotto l’effetto dei litri di pálinka (il tradizionale liquore ungherese) ingurgitati con ingordigia e disperazione.
E’ questa scena, perfetta nella sua valenza cinematografica, con le sue inquadrature ravvicinate e il suo ritmo ozioso, il suo fascino un po’ ambiguo e la sua atmosfera decadente e stranamente emozionante, la vera porta attraverso la quale il lettore può penetrare nel mondo romanzesco abilmente costruito da Krasznahorkai. L’allucinata festa prelude alla promessa di un cambiamento definitivo e celebra i suoi fasti desolati sul limitare di un tempo surreale, perché così appare il passato ormai lontano in cui la vita aveva un senso, e così appare anche il futuro da tutti sognato come la promessa di una vita nuova e rinnovata: “Irimiás e Petrina sarebbero arrivati per porre fine a quell’estenuato squallore che durava da anni, per spazzare via quel silenzio molliccio, quelle subdole campane dei morti che ti svegliano all’alba facendoti saltar giù dal letto, per poi dover guardare, ricoperti di sudore freddo e senza poter far nulla, il lento, inarrestabile andare in malora di tutto quanto”. Non può essere che satanico un tango sensuale danzato in una lurida bettola, non possono essere che satanici dei ballerini ubriachi dimentichi della propria dignità, abbruttiti e violenti, disposti a mettere se stessi e il proprio futuro nelle mani di due lestofanti, purchè regalino loro una speranza di riscatto personale e sociale. Sono trenta pagine magistrali, frutto della perizia di un vero narratore, talmente conchiuse e perfette che potrebbero essere estrapolate dal contesto romanzesco e bastare a se stesse, così sporche e tangibili, di disillusione e di inamovibile speranza.
E’ nella rilettura che si rivelano, così come si rivela ad un tratto al lettore che la prima parte di questa costruzione narrativa è un romanzo a sé, e che così lo è la seconda, e ancora, che ogni capitolo si regge su se stesso su fila e impalcature invisibili, e ancora che, arrivati alla fine, si è costretti a riconsiderare il tutto, così come nelle movenze sensuali di un tango ogni movimento contiene un mondo di palpiti e di desideri che si inseguono senza soluzione. All’inizio della seconda parte la numerazione dei capitoli si inverte, il conto alla rovescia riporta insensibilmente all’inizio, come in un giro di danza o come se fili invisibili impedissero una reale evoluzione, finchè le ultime pagine finiscono per coincidere esattamente con le prime, finchè il lettore si ritrova a leggere di nuovo l’inizio del romanzo; e il tango satanico è il giro di boa intorno al quale il cerchio si chiude.
Una struttura invisibile, perfetta e avvolgente come le tele dei ragni regge e contiene le pagine di questo romanzo e balugina qua e là, non certo come il mero risultato di una pur grande perizia artigianale, ma come l’espediente più adatto per rendere enigmatica ed avventurosa la staticità apparente che è l’atmosfera predominante della narrazione. In questo, che è cronologicamente il primo romanzo di Krasznahorkai, e che segue in Italia la pubblicazione del bellissimo “Melancolia della resistenza”, già si delinea con forza un tema evidentemente caro all’autore, che lo decanta, lo indaga, lo riveste di carne e di sangue, lo rende capace di permeare di sé personaggi, atmosfere ed interi quadri sociali: è il tema della dissoluzione, del disfacimento che, come un destino, pesa sulle velleità individuali e sociali di una umanità rassegnata che peraltro cova nel profondo l’infantile speranza di un miracolo che possa d’improvviso ridare senso alla speranza. “Un’anatomia della desolazione nella sua forma più spaventosa e un commovente manuale per resistere a quella desolazione”, così Susan Sontag definiva “Melancolia della resistenza”; ecco, “Satantango” è forse il laboratorio in cui l’autore accumula, osserva e fa interagire i materiali di cui quella desolazione è costituita.
Certo non si può prescindere dal riferimento al tramonto del comunismo, al fallimento della collettivizzazione agricola che è come l’occasione da cui la trama del romanzo ha origine. Il fallimento politico, e di conseguenza sociale, di un ideale, si incarna in queste pagine nel desolante spettacolo di una cooperativa agricola ormai in sfacelo, persa nelle campagne ungheresi e nello sparuto gruppo di lavoratori ancora legati al ricordo di tempi migliori che sopravvivono in un insediamento e in una socialità che un tempo è stata viva e produttiva e che ora è in lento ma inarrestabile disfacimento, materiale e interiore. I mobili marciscono, la muffa invade tutto, i meccanismi arrugginiscono, le strade annegano nel fango, i resti degli edifici dello stabilimento diventano poco per volta cattedrali nel deserto. E gli uomini vegetano, in un’attesa inconcludente, nel ricordo di un passato che ai loro occhi appare fulgido, mentre il disfacimento si appropria delle loro anime: “La vera minaccia sembrava aggredirli da sottoterra, eppure la sua origine rimaneva incerta; tutto a un tratto si percepiva il silenzio come terrificante, non ci si muoveva più, ci si rannicchiava in un angolo dove sembrava di trovare un po’ di protezione, masticare diventava una sofferenza, deglutire un tormento, dopo di che nemmeno ci si accorgeva più che ogni cosa intorno stava rallentando, lo spazio diventava sempre più stretto, finchè questa specie di ritiro conduceva alla cosa più orribile di tutte: l’immobilità”.
Ma è proprio l’estremo protrarsi dell’attesa, l’estremo indulgere dell’autore sui più vari e pittoreschi aspetti della lenta dissoluzione, a volte malinconici, a volte disgustosi, a volte persino commoventi, a far intuire che il romanzo non si va costruendo intorno ad un fallimento politico, quanto piuttosto intorno ad una condizione metafisica, e che questa attesa non è certo quella del sol dell’avvenire, di una sua rinnovata e gloriosa rinascita, quanto piuttosto quella che consuma la vita in “Aspettando Godot”, oppure quella kafkiana, tentata dalla rinuncia, cui peraltro fa riferimento la citazione che costituisce l’epigrafe iniziale: “Allora preferisco non incontrarlo attendendo qui”. Tanto è vero che, dopo il giro di boa, al termine dell’attesa, nella seconda parte del romanzo, l’atmosfera non cambia, le speranze diventano inganno e disillusione, la città che sostituisce la campagna desolata, ha lo stesso colore spento e disarmante: “Dietro le finestre siedono vecchie che attraverso le leggere tende di pizzo fissano il buio, e con una stretta al cuore osservano come sui volti di quelli che all’esterno cercano riparo sotto le tettoie si rispecchino le stesse colpe e le stesse pene che all’interno delle case nemmeno il confortevole tepore emesso dalle stufe di ceramica e il calore dei dolci appena sfornati riescono più a cacciare via”.
La speranza è incarnata da un falso messia e da uno sgherro, la bettola, cuore dello stabilimento dismesso, sostituita da altre bettole ugualmente mal frequentate, la miseria è la stessa. Con l’aggravante che lo stesso truffatore è consapevole dell’inutilità della propria truffa come, unico tra tutti, è consapevole d’altronde dell’inutilità di tutto, rivelando una consapevolezza filosofica che mal si addice al suo ruolo, ma rende ragione del fascino trascinante che è in grado di esercitare: “Dio è stato un errore. Perché ho capito che tra me e un insetto, tra un insetto e un fiume, tra un fiume e un urlo che lo scavalca, non c’è alcuna differenza. Tutto è vuoto, senza senso, funziona solo a causa della pressione di una fluttuazione caotica, senza tempo, ed è la nostra immaginazione, e non il perpetuo fallimento dei nostri sensi, a portarci verso la continua tentazione della fede, nella speranza che prima o poi riusciremo a evadere dai nostri miseri rifugi. Non c’è scampo”. Non si evade, non c’è scampo, e così l’ultimo capitolo, che in realtà è il primo, quando il cerchio si chiude, ci riporta di nuovo nello stabilimento dismesso, e tutto ricomincia di nuovo, con un espediente narrativo che riconosce alla parola la forza di determinare il corso degli eventi, e alla letteratura la possibilità di essere avulsa dal tempo, di crearne uno circolare potenzialmente infinito.
Da tempo ho ben presente che László Krasznahorkai è uno dei pochi grandissimi nel panorama letterario contemporaneo, tristemente abituati come siamo al nulla che esso produce, ripiegato come esso è proprio sull’ossessione del contemporaneo .
Eppure proprio quell’illusoria promessa di felicità affidata non più alle grandi visioni messianiche, ma a improvvisati pifferai magici, “falsi messia”, pronti in realtà a spartirsi le spoglie delle speranze altrui e quanto di più contemporaneo vi possa essere.
Sostituire l’individuale al collettivo non cambia le cose quando manca un senso, il senso, ammesso che questo senso esista.
Perché è questo che in realtà Krasznahorkai, mi sembra, ci dice in questa sua grandiosa messinscena del nulla: “…il pavimento lurido di una bettola circondata dal nulla…”. Eppure a quel senso si continua disperatamente a credere e ci si illude che ci sia: “L’allucinata festa prelude alla promessa di un cambiamento definitivo e celebra i suoi fasti desolati sul limitare di un tempo surreale, perché così appare il passato ormai lontano in cui la vita aveva un senso, e così appare anche il futuro da tutti sognato come la promessa di una vita nuova e rinnovata…” Ma così non è: “…l’atmosfera non cambia, le speranze diventano inganno e disillusione, la città che sostituisce la campagna desolata, ha lo stesso colore spento e disarmante…”.
Lontanissimo da tanta letteratura apocalittica Krasznahorkai rilegge il presente, la storia, il mondo, dentro una visione che non è solo del presente, che va oltre la storia, che riguarda, più ancora del mondo, l’esistenza e lo stare al mondo.
Forse non c’è niente da comprendere, così come non c’è né inizio né fine. Forse l’unica cosa possibile. leggendo il tuo mirabile affresco di questo che si intuisce essere un libro bellissimo, è concedersi al mondo senza comprenderlo, consapevoli solo del suo fluttuare inarrestabile.
Chiedo venia per l’e senza accento nel secondo periodo e per il punto invece della virgola nell’ultimo periodo.
Grazie Raffaele per il tuo apprezzamento e per le tue preziose considerazioni. La grande letteratura si fa riconoscere anche dal fatto che è in qualche modo inesauribile, come tutta la grande arte. Si può frequentarla, ma mai consumarla; contiene molto più di ciò che il lettore riesce a coglierne, allude a molto altro, a strade che si riesce unicamente ad imboccare ma mai a percorrere fino in fondo. Almeno questa è l’impressione che ne ricavo da umile lettrice. E ciò mi è parso evidente già leggendo “Melancolia della resistenza”, come prerogativa della scrittura di Krasznahorkai. Così so di aver trascurato molto nel mio commento e probabilmente di aver solo accennato ad una minima parte della ricchezza che questo romanzo contiene. Per esempio il debito, in parte proclamato, che l’autore ha nei confronti di Kafka, debito e insieme devota ammirazione, esplicitato nella morente ma tuttora efficiente burocrazia poliziesca dello stato comunista che riecheggia nel romanzo e che non può non far pensare ad alcune pagine del “Processo” e del “Castello”; per esempio le implicazioni suggerite dalla struttura circolare di una trama che appare, per il meccanismo su cui è costruita, come infinita; una splendida trappola in cui il lettore rimane invischiato; per esempio la mirabile atmosfera che come la pennellata di un pittore permea di sé ogni singola sequenza, ogni singolo capitolo, contribuendo a quella sensazione di disfacimento che è la cifra dominante del racconto, un’atmosfera dominata dalla pioggia battente, una pioggia da diluvio universale, da fine di un mondo: “Fuori la puzza di fogna si mescola all’odore del fango, delle pozzanghere, dei lampi, il vento strattona i cavi elettrici, le tegole, i nidi abbandonati; attraverso le fessure delle finestre basse e male isolate trapelano nell’oscurità che odora di stagno il caldo soffocante delle case… le mezze parole impazienti e irritate degli amanti… i pianti affamati dei neonati; le strade scivolose, i parchi sprofondati, fradici fino alle radici, giacciono ubbidienti sotto la pioggia; le querce spoglie, i fiori secchi troncati, i prati riarsi si prostrano al temporale, come le vittime ai piedi del boia”. Insomma, tutto ciò a cui non ho accennato invita alla rilettura, e anche questo è un bisogno che solo la letteratura di valore suscita.
Una bellissima recensione e una bella scoperta, per me. Un esempio di letteratura del disfacimento, e di cosa sennò, in questa nostra contemporaneità? Leggerò presto questo autore ( mi accorgo sempre di più che la letteratura ungherese riserva ricchezze rigogliose). Grazie! Renza
Grazie a te Renza. Contribuire in qualche modo a far conoscere libri di valore che mi capita di incontrare è un po’ il senso di queste pagine, e quando ci riesco sono davvero contenta. Non conosco abbastanza la letteratura ungherese e, anzi, sarebbero graditissimi tuoi eventuali consigli. La lettura visionaria della contemporaneità, del fallimento delle ideologie e della fiducia inesausta e forse anche un po’ ingenua che un nuovo mondo nasca a dare un senso a tutto, compresa la vita del singolo, in Krasznahorkai danno vita ad una potenza narrativa che abbaglia. Vorrei che in Italia si pubblicasse altro della sua ponderosa produzione, ma ho pazienza e attendo. Un carissimo saluto e grazie ancora per la tua visita. Anna
Anna, ciò che posso consigliare è-immagino- ciò che già conosci benissimo, vista la ricchezza del tuo blog. Sándor Márai e Magda Szabò sono due scrittori eccezionali. Da leggere in tutte le loro produzioni: Márai, che ha scritto moltissimo, non tradisce mai, con una produzione originale, intensa, dolorosa. Szabò anche, con romanzi insoliti e con la capacità di penetrare nella carne dolorosa delle relazioni interpersonali e familiari.
Recentemente ho scoperto per caso una scrittrice ungherese morta nel 1918, Margit Kaffka, di cui ho letto “Colori e anni”, romanzo malinconico ed intenso di una vita ( femminile) nel’ Ungheria dell’ impero.
Dovrei forse precisare meglio la mia affermazione e allargarla alla cultura in generale, ai film ( lasciando da parte quella musicale su cui si apre un mondo… .), citandone solo due dell’ ultimo periodo : “Il figlio di Saul” di László Nemes ( 2015), tragicamente perfetto nel conficcare un pugnale nel cuore e” Corpo e anima” di Ildikó Enyedi, storia insolita di un incontro. Tutto qui. Un carissimo saluto.
Prendo nota di tutto. Credo che partirò da Margit Kaffka che mi incuriosisce molto. Tempo fa devo aver sentito parlare di un suo romanzo dal titolo “Il formicaio”. Gli altri due scrittori devono essere al centro di un vero e proprio universo letterario, per me tutto da scoprire. Ti ringrazio quindi dei preziosissimi suggerimenti. Un caro saluto e buone letture.
Un libro meraviglioso, maledettamente bello.
Anche qui, come in Bernhard, ritorna il concetto della circolarità: in Bernhard per salvarsi/ci dalla follia, nello scrittore ungherese per mostrarci come sia inutile o illusoria la stessa possibilità di salvezza.
Grazie per il tuo intervento. “Satantango”, come anche “Melancolia della resistenza”, entrambi bellissimi, si avvalgono di trame che costruiscono architetture complesse che poi deflagrano su se stesse, labirinti che chiedono di essere percorsi finchè è lo stesso lettore ad esserne imprigionato. Trame e atmosfere da fine del mondo, o meglio, da fine di uno degli innumerevoli mondi che gli uomini si arrabattano a costruire per trovare una parvenza di felicità, o quantomeno di senso. Trame che sono metafore, ma che si fingono realtà. Io spero davvero che altro di questo grande scrittore venga tradotto in Italia. Un carissimo saluto. Anna
Un grande abbraccio. Marina