Traduzione di Laura Angeloni
“La prima volta che vedi una mano staccata ti sembra impossibile, credi che sia un brutto sogno, e la seconda pensi: poveretto, sarà mutilato per sempre, e non puoi che superare il disgusto e distaccarti dalla realtà, perché è l’unico modo. E gli stringi il braccio con un laccio emostatico, per evitare che si dissangui, anche senza una mano si sopravvive no? E quando hai finito, tutto sudato e coperto di sangue, guardi bene il ragazzo e scopri che è morto. Allora ti senti svenire, e poi ti viene da vomitare, e da piangere, ma sai che non puoi, perché ti costerebbe la vita. Per fortuna l’adrenalina ti pompa nelle vene con una tale forza che nemmeno fai in tempo a renderti conto di quello che è successo. E la sera vorresti solo ubriacarti, ma non c’è niente da bere. E rimani così, staccato da tutto.”
Ho incontrato per la prima volta la voce letteraria di Bianca Bellová leggendo il suo bellissimo romanzo “Il lago” e la ritrovo qui con registri e stili in parte diversi, ma pur sempre riconoscibili. Per esempio riconoscibile è la capacità dell’autrice di gestire una trama complessa senza perderne le fila, intrecciandole, lavorandole, fino a condurle ad una conclusione dove tutto, anche ciò che è sottinteso, trova un senso.
La scrittrice costruisce quindi un labirinto e costringe il lettore a percorrerne quasi alla cieca i vari tratti, come se fossero narrazioni indipendenti, a formulare ipotesi sul senso ultimo di una vicenda che mescola il passato con il presente e la realtà con quel tanto di fantastico e di irrazionale che cerca di spiegarla o di darle un senso.
La capacità affabulatoria, che mi è sempre parsa una caratteristica degli scrittori cechi, trova una conferma nella prosa di questa scrittrice contemporanea che racconta in questo romanzo una lunga storia di famiglia e i suoi drammi oscuri che gettano ombre da una generazione all’altra, una storia che si esprime con voci e sensibilità estreme prevalentemente femminili, appartenenti a quelle donne che, come afferma l’autrice nella dedica iniziale, “tessono il collante del mondo”.



“Non è la prima volta, in cinquantatrè anni di vita, che reagisco a un disastro con un libro. Per me, evidentemente, scrivere è un esercizio elementare di autoconservazione” (P. Kohout)
Avevo un appuntamento con Patrizia Runfola, dovevo incontrarla nella sua Praga; avevo stabilito da tempo questo nostro incontro che mi era sembrato inevitabile già leggendo di lei in “Alfabeti” di Claudio Magris. Non si può evitare di inseguire gli scritti di chi “ha il senso – morale, sensuale e doloroso – della grandezza”. Le parole di Magris su di lei e sulla sua opera, apparse sul Corriere della Sera del 21/04/2000, costituiscono sia la Prefazione alla sua raccolta di racconti “Lezioni di tenebra”, che il suo necrologio, perché la Runfola è morta nel 1999 a quarantotto anni, lasciando nei suoi scritti una traccia persistente di “regale e impavida leggerezza”. Una traccia che il lettore non può evitare di seguire perché costituisce un percorso invitante, una strada ideale da percorrere a ritroso, per giungere al centro esatto di una creatività che sopravvive al suo creatore. “Solo quando le parole abbandonano la mia anima e muoiono sui fogli per continuare a vivere negli sguardi di coloro che un giorno ne ascolteranno la musica lontana, solo allora avverto un magnifico sollievo”, scrive la Runfola all’inizio di una delle sue Lezioni. Ma si dà il caso che il centro esatto di questa anima, l’immagine della sua fantasia e della sua scrittura sia Praga, “con le sue torri, le sue pietre, le sue ombre e la sua stratificata profondità del tempo”.
“Quest’epoca è fatta di tenebre, difenditi contro di loro”
“Ecco la breccia, da cui irrompeva l’imprevisto e spargeva il terrore”
“E ogni scrittura non vale forse più di ciò che con essa si può scrivere? Se con la scrittura si può cogliere tutto, si potrà dunque anche quello che nessuno ha mai ancora pensato e forse non pensera mai?”
“Chi canterà, se io non ci sono, la melodia delle case e delle strade, il tardo bagliore del sole sui merli delle torri, la pensosità delle cariatidi, chi intonerà il canto sommesso delle vecchie venditrici di ciambelle nel parco, i destini delle sponde del fiume e la maestà dei loro ponti?”