Traduzione di Andrea Rényi
“Etelka néni si accomodò nella poltrona rossa e prese in mano il telecomando, ma prima di accendere il televisore ricapitolò mentalmente perché e per chi aveva preparato le pogácsa [focacce salate rotonde] dorate e nere. Per il vicino ingrato, per il vecchio rozzo, per il bambino che strillava, per l’adolescente che sentiva musica a volume assordante e, prima di tutto per il calpestio sul ballatoio appena lavato. Per le sue parole calde pronunciate invano.”
Leggendo le 49 novelle che compongono “Casa immaginaria” non si può evitare di ripensare a “La vita istruzioni per l’uso” di Georges Perec perché entrambi i libri conducono i lettori all’interno di un edificio, li portano su e giù tra i suoi piani a spiare la vita di chi percorre le sue scale e abita i suoi appartamenti. Con le dovute, ovvie, differenze, e non solo perché il numero civico uno di Casa Immaginaria si trova a Budapest mentre l’edificio ottocentesco immaginato da Perec si trova a Parigi in una strada inesistente ma anch’essa del tutto plausibile.





Ho letto (e riletto) queste poesie sentendo nelle orecchie l’eco di un’altra giovane voce, poco più di una promessa, ma una promessa piena di talento e di quella capacità di rendere evocative le immagini e anche le singole parole, infrante o sommerse nell’onda del verso, che è prerogativa dei grandi poeti. Ho letto Miklos Radnoti accomunandolo a Jiri Orten, creando tra loro un ponte ideale, consapevole della contemporaneità della loro esistenza, e della comune tragedia della loro prematura morte. Orten, ebreo destinato al lager e morto nei 1941 a Praga nel giorno del suo ventiduesimo compleanno, sotto le ruote di un’autoambulanza tedesca, ha lasciato nel suo diario poetico, “La cosa chiamata poesia”, accanto alla naturale ansia di vita della sua giovane età, la profonda amarezza di vivere, o meglio sopravvivere, in un tempo ostile, nemico della poesia.