Category Archives: letteratura italiana

Ermanno Cavazzoni, “Il poema dei lunatici”

ERMANNO CAVAZZONI – Il poema dei lunatici – Bollati Boringhieri

il poema dei lunatici“Ma la mia educazione l’ho avuta dai tetti, e mio padre era davvero l’aria del cielo, e mia madre l’odore che viene d’estate su dalla terra. E io stavo tra mio padre e mia madre sui tetti della città, e mi sono educato così”.

Lieve come una bolla di sapone, e come lei iridescente, della stessa sostanza del fumo e della nebbia, come suggerisce l’epigrafe ariostesca, felicemente demente ma estremamente fedele alla propria strutturata illogicità, che si esalta in un crescendo spumeggiante per poi spegnersi in una dolce e lenta bruma malinconica, l’opera di Cavazzoni mi appare come un inaspettato e riuscitissimo esempio di epopea padana. Questa piana che allontana l’orizzonte e induce a fughe e inseguimenti, macina il tempo e invita all’operosità, così chiara, aperta, a se stessa uguale e prevedibile, così parca di nascondigli e così ostile al deviante vagare, svela in queste pagine una sua dimensione fantastica che è propria “dei recessi e dei segreti del mondo”, invisibile ai più, irriverente e irridente, candidamente estranea alla logica, ma anche caparbiamente intenta alla sua opera di smascheramento della realtà, o meglio, di svelamento di una realtà parallela.

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Maurizio Salabelle, “Il caso del contabile”

MAURIZIO SALABELLE – Il caso del contabile – Garzanti

il-caso-del-contabile“Della sua voce un po’ sommessa che non riusciva ad alterarsi alzando i toni, ma solo e sempre deviando in direzioni poco prevedibili, ci rimane ora solo il versante scritto, quella che siamo soliti chiamare «voce narrativa», come se ciascun narratore ne avesse una per dotazione naturale. Invece solo pochi narratori hanno una voce propria e riconoscibile nella pagina scritta, una voce che identifichiamo in mezzo a qualunque folla, senza possibilità di errore. Maurizio era uno di questi.”

Così Dario Voltolini parla di Salabelle in un articolo pubblicato su “La Stampa” il 22 febbraio 2003, in occasione della prematura morte dello scrittore, come si legge nel sito web dedicato a lui ed ai suoi libri. Una voce narrativa propria e riconoscibile: ciascun lettore sa bene la soddisfazione che si prova quando, avendola sperimentata con entusiasmo la prima volta, la si ritrova ancora, più volte, in altre opere dello stesso autore, perché allora si instaura una vicinanza, una comunanza tra autore e lettore che permette al libro di continuare quella vita per cui è nato. Una voce che è altro rispetto a tutte le altre voci, deviante e imprevedibile, e anche sorprendente perché apre ad un punto di vista inedito che acuisce la conoscenza di quello spicchio di umanità di cui facciamo parte e, facendolo, emoziona, in sordina, di sfuggita, con una sorta di noncuranza divertita, con quella sua evidente affezione per il grado zero dell’enfasi, il tono basso, lo sguardo acutissimo ma rasoterra, perché ciò che si coglie da lì è un intero mondo letterario.

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Giorgio Manganelli, “Tragedie da leggere”

GIORGIO MANGANELLI – Tragedie da leggere – Bompiani

tragedie-da-leggere“Lasciatemi il mio nulla. Non c’è donna, né vino, né cibo, né figlio, né sangue di nipote, non c’è lussuria, vendetta, placata gola, fasto di vestiti, gloria di re, massacro di eserciti che abbia più luce e durata e forza del mio nulla… Ti lascio il sangue del mio nemico, ti regalo la verginità di mia figlia, mi faccio mezzana della sposa in bianco, ma non insidiare questo bambino d’oro, questa femminuccia che brilla, questo niente duro e compatto… Chi vuole futuro? Chi vuole cosa diversa dalla solitudine? Morire senza amici, senza servi, senza figli, nella casa sprangata, che il fantasma possa gustare ancora, totalmente invisibile eccetto ad altri fantasmi invidiosi, quel mio nulla segreto…”.

La voce del Don Giovanni manganelliano è una delle tante che, poderose e incalzanti, risuonano su questo palcoscenico così volatile e impreciso, luogo di parole che per la loro stessa forza si fanno figure, figure e attori, astrazioni che si fanno carne, impegnate nello sforzo di creare ciò che per sua natura attiene all’inafferrabilità, all’astrazione e alla menzogna. La parola finge di essere tangibile per creare il teatro che finge di essere realtà. Da una finzione all’altra, la parola dal nulla chiamata al nulla ritorna. Nel tragitto si allarga lo spazio scenico, transitorio, metamorfico, sfuggente, che si disfa e si ricrea sotto gli occhi del lettore-spettatore, invenzione mirabile, oppure provocatoria e dissacrante, oppure persino un poco sordida che comunque sa come agire, come attrarre a sé e come permanere: “Voi uscirete di qui colti, pensosi, litigiosi, uxoricidi, figli ribelli, mogli adultere, ufficiali dimissionari; in ogni modo migliori”. Perché non c’è gioco che come la finzione sappia irretire e la finzione manganelliana si dispiega all’ennesima potenza.

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Vitaliano Trevisan, “Works”

VITALIANO TREVISAN – Works – Einaudi

TREVISAN Works“… tutto ciò che so di me è solo ciò di cui ho le prove; il resto è melanconia”.

Da tempo mi chiedevo che fine avesse fatto Vitaliano Trevisan; della prima ipotetica risposta che mi davo non voglio parlare, la seconda – che ritenevo probabilissima e in qualche modo in linea con l’idea che nel tempo mi sono progressivamente costruita di lui in quanto “cosiddetto” scrittore – è che avesse semplicemente smesso di scrivere – mi correggo: di pubblicare – la terza è che stesse lavorando ad una scrittura in qualche modo più “diffusa”, a qualcosa di sorprendente e insieme dirompente, qualcosa di inaspettato per il lettore che non perde il vizio di aspettarsi qualcosa di prevedibile persino dagli scrittori con cui si sente più in sintonia e che legge con più piacere, qualcosa di generosamente dilatato, per ciò che attiene al tempo della scrittura da un lato e della lettura dall’altro, che potrei definire esplicito se avessi la sicurezza che qualcosa di esplicitabile sia davvero possibile. “Works”, come l’autore stesso precisa al termine dell’opera,  iniziato a Berlino nel dicembre del 2010 e terminato nel marzo del 2015 a Campodalbero – più precisamente  “contrà Molino di Campodalbero”, un gruppo di case con appena tre abitanti, uno dei quali è lo stesso Trevisan, collocato sulle pendici dei Monti Lessini, come apprendo da un articolo pubblicato da Maurizio Crosetti su “La Repubblica”, dal titolo “Come Chaplin vi svelo cos’è davvero il lavoro” –  è la riconferma del fatto che questa terza ipotesi era quella meno lontana dalla realtà.

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Giorgio Manganelli, “Il rumore sottile della prosa”

GIORGIO MANGANELLI – Il rumore sottile della prosa – Adelphi

il rumore sottile della prosa“Nella mia vita fin dall’infanzia ho sempre praticato il peccato di lussuria libraria. Ho amato i libri di amore passionale, poligamico, vizioso, incontinente, maniacale. Ho sedotto e stuprato libri. Ho abbandonato libri in stato interessante. Ho ucciso libri per gelosia, altri ho scelto per odio di altri libri che non volevano amarmi”.

Nella sterminata produzione manganelliana queste pagine potrebbero essere considerate la summa della sua personale teoria letteraria, diligentemente redatta sviluppando e approfondendo sezioni ordinatamente disposte riguardanti la scrittura, la lettura, la critica, la disanima intorno a quegli strumenti essenziali al letterato che sono i cataloghi e i dizionari e intorno alla utilità, o inutilità, dei premi letterari. Ma chi conosce Manganelli sa bene di trovarsi di fronte, per sua ammissione, ad una persona che “da sempre soffre di una dolce demenza libraria” e sono proprio le gocce di questa demenza, intesa come sguardo rigorosamente personale, atipico, fuorviante, del tutto refrattario ad idee preconcette, sguardo dunque felicemente anomalo e per sua natura rigorosamente sovversivo, a generare, quasi beffardo disinganno al suo inoffensivo ordine strutturale, la natura adescatrice di questo libro che, mentre di letteratura si occupa, è esso stesso esempio di affascinante e coltissima letteratura, di metaletteratura si potrebbe dire, se non fosse chiaro quanto Manganelli scrittore – e Manganelli scrittore critico – sfugga ad ogni tentativo di definizione.

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Stefano D’Arrigo, “Horcynus Orca”

STEFANO D’ARRIGO – Horcynus Orca – Rizzoli

horcynus“Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare”.

Così si conclude, nel mare, dove il mare è mare, con due periodi che guidano il respiro sull’onda di un movimento regolare, ritmato sul dolore e sulla profondità, su qualcosa di antico ed eterno, che tocca e rende grati di essere giunti fino a qui, così si conclude questo mirabile romanzo che possiede l’impeto e il carisma della grande letteratura, della grande letteratura italiana. Più dentro dove il mare è mare e che questo mare sia nostro, profondamente, per nascita, natura e cultura, per qualcosa di atavico che forse scorre nelle vene insieme al sangue, D’Arrigo ce lo suggerisce, di più, lo insinua nella nostra mente, lo rende causa evidente della compartecipazione con cui ci costringe a seguire le ampie volute della sua narrazione.

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Giorgio Manganelli, “Dall’inferno”

GIORGIO MANGANELLI – Dall’inferno – Adelphi

Giorio Manganelli, "Dall'inferno"“… immaginatevi un universo che sia tutto, dico tutto, pervaso dall’inferno, che lo penetri in ogni orifizio, lo accompagni in ogni profilo, si accoccoli tra suoni, odori, membra, animali, angeli, superni ed infimi. Che non vi sia assolutamente, non si dia luogo alcuno dell’universo in cui l’inferno non penetri, ma insieme che non vi sia luogo che si possa dire inferno, tutto inferno e nient’altro che inferno”.

Una lingua portentosa, cangiante, mutevole, portata per sua natura all’iperbole, alla metafora ardita e a tutti i giochi che la retorica le mette a disposizione, che si destreggia tra termini desueti, ridando loro vigore e smalto, accendendoli con un ritmo nuovo, e neologismi sostenuti da un profluvio di aggettivazione; una lingua che stordisce, invadente e armoniosa, una prosa cantante e raffinatissima: questo è il viatico – l’unico – che Manganelli concede a chi si appresti ad inoltrarsi al seguito di un Soggetto, che poco sa di sé e che ancora meno mostra di certo e definitivo al lettore, in un aldilà – un supposto inferno – sfuggente e contraddittorio, luogo non luogo, instabile, metamorfico, letteralmente indescrivibile, che definire terra di nessuno sarebbe già una rassicurante certezza. Una rutilante costruzione formale che veleggia felice nell’eccesso – in precisione e in estenuata variazione – sostiene un romanzo, se tale può definirsi, o comunque una fabula, che è un sogno, un incubo, una disquisizione intorno alle cose ultime, un viaggio nell’oltretomba, un’indagine sul significato dell’esistenza e della sua fine, un gioco intellettuale, una fantasiosa e cervellotica immaginazione, che è tutte queste cose insieme, ma nessuna di loro fino in fondo, perché nessuna di loro potrebbe spiegare quella sorta di malìa che spira da queste pagine, che avvince nonostante la nebulosità diffusa che si è costretti ad attraversare, quella alternanza di giocosa leggerezza, di arguzia ammiccante, di profonda angoscia, di comicità surreale che è in grado di emanare.

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