Category Archives: letteratura italiana

Valerio Aiolli, “Il carteggio Bellosguardo. Henry James e Constance F. Woolson: frammenti di una storia”

VALERIO AIOLLI – Il carteggio Bellosguardo. Henry James e Constance F. Woolson: frammenti di una storia – Italo Svevo – Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile

Camminare

“Nell’aprile 1880 Constance prese alloggio a Firenze, in qualcosa di molto simile a una camera con vista. Venne a sapere che anche Henry era in città. Lei lo considerava il più grande scrittore del suo tempo. Lo ammirava senza riserve. Desiderava ardentemente conoscerlo, e gli aveva già inviato diverse lettere in cui gli chiedeva un incontro. Lui non aveva mai detto di no. Gliene inviò un’altra”.

Ho scelto di leggere questo piccolo libro per devozione nei confronti di Henry James e per il titolo accattivante della collana di cui fa parte. In un mondo editoriale di annunci roboanti e di quarte di copertina che apparentano nuovi sconosciuti autori a giganti indiscussi della letteratura, ponendo salde basi per smentite e delusioni, l’inutilità, affermata con un pizzico di ironia, è senza dubbio una virtù. Come lo sono l’onestà intellettuale e la misura, quando si tratta di rendere conto, se non di una fascinazione, senza dubbio di un acceso interesse –  e di lasciarlo decantare ridando voce ad avvenimenti, occasioni e atmosfere –  senza snaturare il suo oggetto ai propri fini. Ho trovato un piccolo libro delicato e in qualche modo gentile, raffinato nella grafica e nella impaginazione; piccolo, denso ed equilibrato.

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Michele Mari, Francesco Pernigo “Asterusher – Autobiografia per feticci”

MICHELE MARI, FRANCESCO PERNIGO – Asterusher – Autobiografia per feticci – Corraini Edizioni

Asterusher

“Perché questo noi siamo: la nostra scrittura e le nostre cose; questo il nostro lascito e, ben più esattamente che in una nota biografica, il nostro curriculum”.

Inizio col dire che, per struttura, forma, composizione, scelta di materiali e colori che lo fanno assimilare ad un piccolo catalogo d’arte, il libro soddisfa sia il senso estetico che la curiosità del lettore e appare, semplicemente al tocco o anche al primo frettoloso sguardo, particolarmente accattivante. Una simmetria piana e ordinatrice sembra deputata a contenere, senza disperderla e senza soffocarla o immiserirla, una materia iconografica e linguistica sovrabbondante che respira e agisce ben oltre il primo sguardo o la prima lettura. Si tratta di case, o meglio, di interni di case, delle due in cui la vita di Mari è trascorsa e trascorre, di case e di oggetti in essa contenuti – “Le case sono mie: mia la vita trascorsavi; miei gli oggetti e il senso che li investe” – quella di Nasca, la casa avita, di campagna, e quella di Milano. Ad esse sono dedicate le due sezioni del volume, i due repertori fotografici, identici nel numero di pagine, ventitré per ogni casa, e nella impaginazione (le fotografie – bellissime, di Francesco Pernigo – occupano gran parte della pagina e sono introdotte da didascalie che, per la loro natura, non tanto e non solo esplicativa, costituiscono la parte letteraria del volume).

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Michele Mari, “Rondini sul filo”

MICHELE MARI – Rondini sul filo – Mondadori

Rondini sul filo – Michele Mari

“[…] suadente come seguisse una musica che sente lei sola, esperienza inquietante ascoltarla, quasi le sue parole avessero dita che ti frugano il cuore… prima un solletichino bello, grazioso… poi certe lame! che non hai scampo! che diventi un Francis Bacon! che ha ragione lei! sempre! la gran filosofessa! mica poco triste sta donna, malinconica molto, sempre in comunione con le altitudini… gliela dettano le altitudini la sua malinconia iridescente, le angelelle dorate gli zefiri rosa… bella quando è così dolente, ispirata… la nobilissima virgo vestale! che allora puoi fare il confronto fra l’epidermide che ti è data in sorte e tutti i Misteri che si tiene per sé, allora soltanto! allora ch’è un’Altra! che ti senti un lombrico da tanto volteggia leggera, si libra… creatura affatata, esistita da sempre… vede tutto sa tutto… antica, anteriore… futura… poter salire con lei, un pochino, alleggerire la mia vita dannata…”

“Rondini sul filo” è un monologo delirante, lungo 346 pagine, senza soste o remissione, fluviale e dirompente, che non ammette ostacoli, che non tollera indugi e che richiede al lettore di condividere la sua stessa energia con la disposizione a lasciarsi travolgere. Non esiste altra possibilità: o si corre col cuore in gola appresso a queste righe, o si chiude il libro e non si procede oltre. Ogni libro possiede il suo ritmo e il suo respiro, ogni linguaggio detta i suoi tempi. In questo romanzo di Mari, la cifra costitutiva è la frenesia di una lingua che definire lussureggiante è ben poca cosa. Perché in effetti è lei che signoreggia la pagina, è lei che avvolge il suo oggetto – sostanzialmente la donna amata dall’io narrante, o meglio dire parlante – ed è sempre lei che si fa carico di quella ossessione che è il tema dominante del romanzo, sostenendola e declinandola all’infinito, in mille e mille modi, con una creatività che dilaga, su se stessa ritorna, trova nuovo slancio e costruisce nuove architetture.

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Ermanno Cavazzoni, “Storia naturale dei giganti”

ERMANNO CAVAZZONI – Storia naturale dei giganti – Guanda

 La visita della vecchia signora

“Passa febbraio, coi suoi gatti, e i suoi coriandoli lungo gli scoli. E io me ne sto qui scapolo, contro ogni legge impellente della natura, contro l’istinto, che dice che in febbraio ci si congiunge, con la prima che passa. Qui non passa nessuno”.

Non c’è alcun dubbio: i libri di Cavazzoni riservano al lettore il piacere di un intrattenimento scanzonato che trascina e avvince come farebbero le parole di un abile conversatore del tutto scevro da magniloquenza, amante dei ritmi lenti, nemico dell’effetto e felicemente riluttante al rigore canonico della disquisizione. La leggerezza coinvolge, contagia, libera e predispone al puro godimento intellettuale. A patto che la sua natura non derivi dall’inconsistenza o dalla banalità. Ma non è certo questo il caso, perché il divagare scanzonato di Cavazzoni ha una base colta, anzi coltissima, il suo oggetto – i giganti – è pescato direttamente dalla tradizione letteraria cavalleresca italiana, e non solo, del XV e XVI secolo, in poesia ed in prosa, comprensiva di origini ed epigoni, e la sua scrittura, diciamo così, affabulatoria, si dipana a partire da una accurata ricerca filologica, testimoniata anche dalle appendici al volume che riportano rispettivamente l’Indice dei giganti citati nel testo (e sono ben 132), e quello delle principali opere citate (65). E colta è anche l’intenzione, manifesta nel titolo, di compilare un trattato di storia naturale di questi esseri fantastici, ormai estinti nell’immaginario letterario. “Eppure sono stati una cosa gloriosa, a quanto dicono i poemi di cavalleria; una popolazione gloriosa di cui oggi poco si sa, purtroppo, dei loro usi, costumi, caratteri fisici, tendenze sessuali, sistemi riproduttivi, manie, sociologia; e poi decadenza e scomparsa; perché a questo mondo tutto finisce”, scrive l’autore nell’introduzione al libro che funge da “Dedica futura”, perseguendo poi il suo intento mediante una suddivisione del testo in paragrafi che richiamano seppur vagamente alla mente la trattazione scientifica tesa ad indagare intorno alla natura di animali pregiati in via di estinzione.

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Ermanno Cavazzoni, “Il poema dei lunatici”

ERMANNO CAVAZZONI – Il poema dei lunatici – Bollati Boringhieri

il poema dei lunatici“Ma la mia educazione l’ho avuta dai tetti, e mio padre era davvero l’aria del cielo, e mia madre l’odore che viene d’estate su dalla terra. E io stavo tra mio padre e mia madre sui tetti della città, e mi sono educato così”.

Lieve come una bolla di sapone, e come lei iridescente, della stessa sostanza del fumo e della nebbia, come suggerisce l’epigrafe ariostesca, felicemente demente ma estremamente fedele alla propria strutturata illogicità, che si esalta in un crescendo spumeggiante per poi spegnersi in una dolce e lenta bruma malinconica, l’opera di Cavazzoni mi appare come un inaspettato e riuscitissimo esempio di epopea padana. Questa piana che allontana l’orizzonte e induce a fughe e inseguimenti, macina il tempo e invita all’operosità, così chiara, aperta, a se stessa uguale e prevedibile, così parca di nascondigli e così ostile al deviante vagare, svela in queste pagine una sua dimensione fantastica che è propria “dei recessi e dei segreti del mondo”, invisibile ai più, irriverente e irridente, candidamente estranea alla logica, ma anche caparbiamente intenta alla sua opera di smascheramento della realtà, o meglio, di svelamento di una realtà parallela.

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Maurizio Salabelle, “Il caso del contabile”

MAURIZIO SALABELLE – Il caso del contabile – Garzanti

il-caso-del-contabile“Della sua voce un po’ sommessa che non riusciva ad alterarsi alzando i toni, ma solo e sempre deviando in direzioni poco prevedibili, ci rimane ora solo il versante scritto, quella che siamo soliti chiamare «voce narrativa», come se ciascun narratore ne avesse una per dotazione naturale. Invece solo pochi narratori hanno una voce propria e riconoscibile nella pagina scritta, una voce che identifichiamo in mezzo a qualunque folla, senza possibilità di errore. Maurizio era uno di questi.”

Così Dario Voltolini parla di Salabelle in un articolo pubblicato su “La Stampa” il 22 febbraio 2003, in occasione della prematura morte dello scrittore, come si legge nel sito web dedicato a lui ed ai suoi libri. Una voce narrativa propria e riconoscibile: ciascun lettore sa bene la soddisfazione che si prova quando, avendola sperimentata con entusiasmo la prima volta, la si ritrova ancora, più volte, in altre opere dello stesso autore, perché allora si instaura una vicinanza, una comunanza tra autore e lettore che permette al libro di continuare quella vita per cui è nato. Una voce che è altro rispetto a tutte le altre voci, deviante e imprevedibile, e anche sorprendente perché apre ad un punto di vista inedito che acuisce la conoscenza di quello spicchio di umanità di cui facciamo parte e, facendolo, emoziona, in sordina, di sfuggita, con una sorta di noncuranza divertita, con quella sua evidente affezione per il grado zero dell’enfasi, il tono basso, lo sguardo acutissimo ma rasoterra, perché ciò che si coglie da lì è un intero mondo letterario.

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Giorgio Manganelli, “Tragedie da leggere”

GIORGIO MANGANELLI – Tragedie da leggere – Bompiani

tragedie-da-leggere“Lasciatemi il mio nulla. Non c’è donna, né vino, né cibo, né figlio, né sangue di nipote, non c’è lussuria, vendetta, placata gola, fasto di vestiti, gloria di re, massacro di eserciti che abbia più luce e durata e forza del mio nulla… Ti lascio il sangue del mio nemico, ti regalo la verginità di mia figlia, mi faccio mezzana della sposa in bianco, ma non insidiare questo bambino d’oro, questa femminuccia che brilla, questo niente duro e compatto… Chi vuole futuro? Chi vuole cosa diversa dalla solitudine? Morire senza amici, senza servi, senza figli, nella casa sprangata, che il fantasma possa gustare ancora, totalmente invisibile eccetto ad altri fantasmi invidiosi, quel mio nulla segreto…”.

La voce del Don Giovanni manganelliano è una delle tante che, poderose e incalzanti, risuonano su questo palcoscenico così volatile e impreciso, luogo di parole che per la loro stessa forza si fanno figure, figure e attori, astrazioni che si fanno carne, impegnate nello sforzo di creare ciò che per sua natura attiene all’inafferrabilità, all’astrazione e alla menzogna. La parola finge di essere tangibile per creare il teatro che finge di essere realtà. Da una finzione all’altra, la parola dal nulla chiamata al nulla ritorna. Nel tragitto si allarga lo spazio scenico, transitorio, metamorfico, sfuggente, che si disfa e si ricrea sotto gli occhi del lettore-spettatore, invenzione mirabile, oppure provocatoria e dissacrante, oppure persino un poco sordida che comunque sa come agire, come attrarre a sé e come permanere: “Voi uscirete di qui colti, pensosi, litigiosi, uxoricidi, figli ribelli, mogli adultere, ufficiali dimissionari; in ogni modo migliori”. Perché non c’è gioco che come la finzione sappia irretire e la finzione manganelliana si dispiega all’ennesima potenza.

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