STEFAN ZWEIG – “Sovvertimento dei sensi” – Corbaccio
Ogni volta che mi imbatto in una pagina di Stefan Zweig mi scopro nuovamente immersa nel fascino del suo stile un po’ aulico, ma innegabilmente efficace, irretita nelle sue abilissime costruzioni avvincenti di drammi interiori che agitano le anime di personaggi borghesi e agiati, senza d’altra parte apparentemente condurre a mutamenti decisivi nel loro stile di vita. Non stento allora a credere che negli anni Venti e Trenta del Novecento Zweig sia stato uno degli scrittori in lingua tedesca più conosciuti e più tradotti. Un autore brillante quindi, di successo, definito così da Ladislao Mittern nella sua “Storia della letteratura tedesca”: “Superficialissimo divulgatore, riuscì col suo stile brillante e sempre facile a essere l’autore prediletto della vastissima massa di lettori semicolti desiderosi di completare e specialmente di aggiornare la loro cultura”. Un giudizio impietoso, che trova molte voci concordi tra letterati contemporanei all’autore. Ma, innegabile, il fascino dei suoi racconti, almeno per me, rimane.
Dalla quarta di copertina, un consiglio di lettura irresistibile:
“Ogni mio racconto è uno schiaffo allo stalinismo”, così nel 1971 Varlam Salamov definiva la sua opera principale. I racconti di Kolyma sono una tragica testimonianza sui gulag sovietici, su “quello che nessun uomo dovrebbe vedere né sapere”.
“Raccontate, maestro, la sensazione del rosso a chi non l’ha mai visto”. “Se lo toccassimo con la punta delle dita, avremmo una sensazione di qualcosa tra il ferro e il rame. Se lo prendessimo in mano, sentiremmo bruciare. Se lo afferrassimo, lo sentiremmo pieno come un pezzo di carne salata. Se lo prendessimo in bocca, la riempirebbe. Se lo annusassimo, avrebbe l’odore del cavallo. Se profumasse di fiori, sarebbe simile alla margherita, non alla rosa rossa”.
Il volume raccoglie i tre romanzi che hanno riscritto e codificato il genere noir francese e che rappresentano il vertice della narrativa del loro autore: “La vita è uno schifo”, “Il sole non è per noi” e “Nodo alle budella”. Il noir è un romanzo psicologico costruito intorno alla figura di una vittima; la scrittura del noir è sempre dal punto di vista della vittima, che si racconta o si fa raccontare nella propria discesa verso un punto di non ritorno. Si tratta di un genere ben distinto dal giallo e dal poliziesco, dove lo status quo viene frantumato da un evento imprevedibile di natura delittuosa e dove il compito della narrazione sarà di scoprire l’autore dell’infrazione e assicurarlo alla giustizia, ricomponendo così l’ordine iniziale. Nel giallo, che l’evento delittuoso sia un omicidio, un rapimento, un furto o una rapina, non ha importanza, così come non ne hanno l’identità e il modus operandi di colui che si incarica dell’indagine. Nel noir, invece, non c’è nessun ordine da ricomporre, non si torna mai al punto di partenza. Il romanzo poliziesco è un puzzle completo di tutte le proprie tessere: sarà sufficiente incastrarle le une nelle altre e il disegno apparirà in tutta la sua chiarezza. Nel noir il disegno è in continua evoluzione, ubbidisce a regole diverse, che possono cambiare da un momento all’altro. Per questo il noir non ammette lieto fine convenzionale. L’unico lieto fine possibile si ha quando la vittima, conscia della propria condizione, si ribella e, attraverso una serie di atti contro la legge, riesce a scamparla, a dettare le regole di un nuovo disegno, che avrà contorni, figure e colori del tutto differenti dalla situazione iniziale.
“Odessa è il sole. Odessa è una parola luminosa uscita dalle sue stesse viscere. Odessa è come una madre e alla madre soltanto appartiene l’eternità”
“Uscii. M’arrestai sotto alla torretta. L’acqua riluceva come scaglie di pesce, si riversava dal getto di prua e lontano lontano, al di là dei mari incantati, baluginavano i focherelli delle Lofoti. L’aria era ebbra e selvaggia, come pregna di alcool. Come si fa a sapere, pensavo, quando arriva quel giorno in cui all’improvviso si capisce che è troppo tardi, che la vita ti è sfuggita?”
Un barbiere si sveglia di buon’ora, si alza dal letto, spezza il pane appena sfornato, vi scorge dentro “qualcosa di biancheggiante”: un naso. Prende così avvio uno dei racconti più celebri della letteratura di tutti i tempi, affiancato in questa raccolta da altri quattro, non meno significativi e famosi: “Il ritratto”, dove un dipinto porta con sé, nel trascorrere degli anni, tutto il male che era nell’animo del personaggio rappresentato; “La Prospettiva”, storia di incontri e di passioni fatali o fugaci sullo sfondo mutevole, e talora inquietante del Nevskij Prospekt; “Il giornale di un pazzo”, diario di un uomo solo e del suo precipitare nella follia; “Il mantello”, dramma di un povero impiegato che subisce il furto del cappotto nuovo, acquistato costringendo una vita già misera a ulteriori, patetiche, restrizioni.
Miljenko Jergović è una delle voci più singolari della nuova letteratura europea: poeta, romanziere, drammaturgo, è nato a Sarajevo nel 1966 e qui ha compiuto i suoi studi, fino al precoce debutto poetico nel 1988. Poi viene la guerra, l’assedio di Sarajevo, la fuga dalla città, la scelta di Zagabria per vivere e lavorare, la nostalgia.
“Lascia che il vento corra/ coronato di spuma,/ che mi chiami e mi cerchi/ galoppando nell’ombra,/ mentre, sommerso/ sotto i tuoi grandi occhi,/ per questa notte sola/ riposerò, amor mio.”