HENRY JAMES – Racconti di fantasmi – Einaudi
I lettori di Henry James sanno bene che tutto ciò che egli scrive ha in fondo a che fare con i fantasmi, perché la sua tecnica letteraria evita accuratamente di fornire spiegazioni razionali e avviluppa lentamente in luci ed atmosfere colme di tutto ciò che si può tentare di percepire, tutto tranne la rassicurante chiarezza della logica. I suoi racconti sono prodigi dell’immaginazione che prendono forma grazie all’arte del narratore; i suoi racconti sono prodighi di trame che prendono forma e vita, ma una forma rarefatta e indistinta, riservata a chi, per un momento, è in grado di coglierla: un’apparizione insomma. Se questo è vero, allora i fantasmi che compaiono nei racconti compresi nella presente raccolta sono fantasmi al quadrato, le creature più appariscenti di James.
“Ecco la breccia, da cui irrompeva l’imprevisto e spargeva il terrore”
“Viviamo in un’epoca di perdita di senso e di una incerta paura. Una paura lenta”.
Per questa notte languida e feroce – che si adagia sensuale su strade e vicoli della città con le sue nubi arrotondate e invade pelle e sguardi; e che interrompe i sogni e risveglia i sensi assopiti con le lame acute delle sue luci gialle – per questa notte avvolta su se stessa, che rimescola le carte e i giochi – così che nei suoi mille angoli la vittima sa di essere un carnefice e il torturatore volge al passato i suoi occhi da segugio e ripercorre i passi della sua ingiusta solitudine.
“Ferito di realtà e in cerca di realtà, consegna la propria esistenza alla lingua” (Paul Celan)
“E’ veramente gloria essere stati messi alla prova, aver avuto la propria piccola forza, aver gustato il proprio piccolo incanto. Quello che conta è aver fatto vibrare qualcuno”.
“Se da queste parti le case sono verdi, entrerò ancora in una casa./ Se qui i ponti sono intatti, camminerò su un fondo sicuro./ Se la fatica d’amore in ogni tempo va sprecata, qui la sprecherò volentieri.// Se non sono io, è uno che potrebbe essere me.// Se qui una parola mi accosta, la lascerò accostare./ Se la Boemia sta ancora sul mare, crederò di nuovo ai mari./ E se al mare credo ancora, spererò nella terra.// Se sono io, allora è chiunque sia simile a me./ Non voglio più niente. Voglio andare a fondo.// A fondo – nel mare cioè, lì troverò la Boemia./ Affondata, mi sveglierò tranquilla./ Adesso so fino in fondo, e non sono smarrita.// Venite, tutti voi boemi, marinai, puttane d’angioporto e navi/ senza ancora. Non volete essere boemi, voi illiri, veronesi,/ e veneziani tutti?/ Recitate le commedie che fanno ridere// e sono da piangere. E sbagliatevi cento volte,/ come io mi sbagliai e non superai mai prove,/ eppure le ho superate, una volta dopo l’altra.// Come le superò la Boemia e un bel giorno/ ebbe la grazia del mare e ora sta sull’acqua.// Mi accosto ancora a una parola e a un’altra terra,/ mi accosto, anche se poco, sempre più a tutto,// boemo, chierico vagante, che niente ha, che niente trattiene,/ dotato soltanto dal mare, che è dubbio, di occhi per la mia terra d’elezione”. (Ingeborg Bachmann, “Bohmen liegt am Meer – La Boemia sta sul mare”)
“Saluterei con gioia la fine dell’umanità; ho fondata speranza che entro – beh – fra i 500 e gli 800 anni si saranno annientati del tutto; e sarà cosa buona”
“Sono solo, completamente solo. Come si è infinitamente soli, all’inizio! Sono solo come mai è stato nessun altro scrittore di questa specie. Sono lo scrittore di un pianeta e di un mondo che non c’è più, di una specie che non c’è più, che non c’è ancora”