WITOLD GOMBROWICZ – Ferdydurke – Feltrinelli
“Sarebbe pure opportuno stabilire, decretare e determinare se si tratti di un romanzo, di un diario, di una parodia, di un pamphlet, di una variazione su un tema fantastico, di un saggio… se vi prevalgono lo scherzo e l’ironia oppure i significati profondi, il sarcasmo, la caricatura, l’invettiva, l’assurdo, il puro nonsense, il puro divertissement… o se per caso non si tratti invece di una posa, di una mistificazione, di una guittata, di un artificio, di un’insufficienza di umorismo, di un’anemia del sentimento, di un’atrofia dell’immaginazione, di un attentato all’ordine e di una débacle della ragione”. (da “Premessa a Filibert foderato d’infanzia”, cap. XI)
“Ferdydurke” è un libro pericoloso, o meglio è il libro con il quale il bisturi che Gombrowicz impugna si manifesta per quello che è, e cioè un’arma intenzionata ad incidere, rovesciare e mettere a nudo ciò che maggiormente è deputato a definre, a rendere visibile e quindi, in ultima istanza, a creare, qualsiasi opera d’arte, ma anche qualsiasi essere umano, in qualsiasi situazione esso si trovi a vivere: la forma. Ingannato da un incipit clamoroso, perfetto nel suo distendersi e dipanarsi, profondamente poetico nel suo decantare il senso di vuoto interiore di un soggetto – ed io narrante – evidentemente in grado di condurre ad esiti letterariamente promettenti la sua capacità di autoanalisi, il lettore si accorge ben presto dell’inconsistenza di ogni sua aspettativa e prova quello sconcerto che ben conosce e che ha imparato ad individuare come uno dei primi vaghi sentori premonitori del valore artistico, sconcerto per la mancanza di punti di riferimento e di pietre di paragone di fronte a ciò che gli appare come assolutamente unico.
“Si potrebbe fissare il prezzo dei pensieri. Alcuni costano molto, altri poco. E con che cosa si pagano i pensieri? Io credo così: con il coraggio” (Ludwig Wittgenstein)
“Ho scoperto di non appartenere più a nessun paese, non ho più nostalgia di nessun posto, una volta era diverso, una volta credevo di avere un cuore e di appartenere all’Austria. Ma tutto passa prima o poi, il cuore vien meno e una certa mentalità va perduta, solo che sento in me qualcosa che sanguina, e non so cos’è”.
“Al fondo di ogni creazione c’è la nobile illusione di salvare il mondo. Ma chissà che l’arte non possa avere una funzione medicatrice? In termini banali, chissà che non possa esserci d’aiuto, non possa darci la salvezza procurando sulla nostra scabra pelle di fantocci meccanici una ferita di gioia?” (da “L’arte può salvarci con ferite di gioia. Angelo Maria Ripellino studioso e poeta”, intervista a cura di Corrado Bologna, in “Il nostro tempo”)
“Non era successo niente, ma quando salì le scale, ebbe la certezza che tutto era finito, e capì che non c’era mai stato nulla. Fu un crollo immenso e tuttavia completamente silenzioso, incessante; non sentì neppure che stava precipitando. Ma ciò che si diffondeva attorno a lui era ormai solo l’eco beffarda e la fioca parvenza delle cose. Si ritrovò come risvegliato da uno sfinimento durato quarant’anni, ma per cosa? Non c’era più nulla.”
“Tali sono gli abissi della storia: tutto vi giace alla rinfusa e, se si cala lo sguardo per arrivare al fondo, si è colti da un senso di orrore e di vertigine” (W. G. Sebald, “Storia naturale della distruzione”)
“Non è la prima volta, in cinquantatrè anni di vita, che reagisco a un disastro con un libro. Per me, evidentemente, scrivere è un esercizio elementare di autoconservazione” (P. Kohout)
“C’è, esiste una persona al mondo, in tutto il mondo popolato di miliardi di corpi della vostra stessa specie, che affronterebbe la morte per voi? Siete vissuti almeno per poter dire a voi stessi di avere avuto in cambio questo? E, quanto a voi, esiste per voi una persona per cui dareste la vita, se fosse lei a trovarsi in una situazione simile?”