António Lobo Antunes, “Non è mezzanotte chi vuole”

ANTÓNIO LOBO ANTUNES – Non è mezzanotte chi vuole – Feltrinelli

Traduzione di Vittoria Martinetto

Camminare

“Non mi ricordavo più che ci fossero così poche luci in questo posto salvo uno o due lampioni fra gli alberi, una o due lanterne sopra la porta d’ingresso e l’alone del mare, la casa buia, la strada buia, dopo il pozzo una tenebra di arbusti che rabbrividisce al vento e si riappacifica, non li vedo, so soltanto che esistono, mi muovo in questa casa perché la luna, quando le nubi si dimenticano di nasconderla, inventa pareti più grandi delle pareti del giorno che mi permettono di spostarmi fra di loro, chissà se è in questa casa che ho abitato o in un’altra inventata dalla luna, un bagliore sui vetri, un listello del pavimento, una cassa che si sono dimenticati con dentro posate e vestiti, dove mi trovo io, infatti, sembra che voci e non voci, presenze e non presenze e tuttavia il sospetto, in un angolo dell’anima, che abbiamo abitato qui…”

Pensare di giungere al limite estremo di sé, immaginare di giungere ad un passo dal non essere più, potrebbe sicuramente sembrare una cosa terribile, ma in fondo tanto definitiva da apparire semplice, semplice e, soprattutto, muta, senza echi, rimandi, ritorni, sussulti. Perché l’estinzione, quella vera e totale, chiude, taglia, elimina, dissolve nel non essere tutto ciò che è stato, per avventura, caso, capriccio della sorte e anche per coraggiosa determinazione. Che cosa succede quando la letteratura, questo gioco esigente ed impudente, si appropria anche di questo estremo limite e trova la sua linfa vitale lungo i passi che conducono un’anima verso il suo annientamento, lo dimostra questo intenso, e sorprendentemente vitalissimo, libro di Antunes. Che si appropria di tre giorni – gli ultimi tre giorni di una vita che finisce, per un più che fondato sospetto di esaurimento fisico, ma anche e soprattutto per difetto di senso, di un qualsiasi senso a cui aggrapparsi per proseguire – tre giorni nell’avanzato declinare di un’estate, e ne fa lo spazio entro cui distendersi e fiorire. Di quella fioritura unica e irripetibile di certe piante che impiegano una lunga vita per accompagnare la propria fine con la bellezza delle forme e del colore.

Continue reading

Thomas Bernhard, “Camminare”

THOMAS BERNHARD – Camminare – Adelphi

Traduzione di Giovanna Agabio

Camminare

“Pensare, e sempre di più e sempre di più con intensità sempre maggiore e con una sempre maggiore spietatezza e con un sempre maggiore fanatismo conoscitivo, dice Oehler, ma non spingersi troppo lontano col pensiero neppure per un istante. In ogni istante possiamo spingerci troppo lontano col pensiero, dice Oehler, semplicemente andare troppo lontano col nostro pensiero, dice Oehler, e niente ha più valore”.

Tanto atteso dai lettori di Bernhard, finalmente edito in Italia, “Camminare” fa parte di quel gruppo piuttosto nutrito di prose brevi che, per nulla marginali rispetto alla produzione maggiore del loro autore, ben si adattano alla natura speculativa, corrosiva, trasgressiva, eccessiva, ma al contempo carica di pathos e di cristallina purezza espressiva, della sua scrittura. Mi riferisco ad “Amras”, “La partita a carte”, “Ungenach”, “Cemento”, “Ja”, “In alto”, ma anche alle prose brevissime contenute in “Eventi” e ne “L’imitatore di voci”, e ai racconti delle raccolte “L’italiano” e “Goethe muore”. Nel suo saggio “Paesaggio con figure. La prosa breve di Thomas Bernhard” (in “Cultura tedesca”, n° 32, gennaio-giugno 2007), Luigi Reitani sottolinea come l’esercizio del racconto e della prosa breve abbia accompagnato per tre decenni la produzione dell’autore, collocandosi per una buona parte a cavallo della trilogia iniziale articolata nei romanzi “Gelo”, “Perturbamento” e “La fornace”, “con cui Bernhard di fatto delinea i temi e i motivi fondamentali della sua ricerca espressiva”.

Continue reading

Iosif Brodskij, “Fondamenta degli incurabili”

IOSIF BRODSKIJ – Fondamenta degli incurabili – Adelphi

Fondamenta degli incurabili

“A poco a poco, con la lenta navigazione di una chiatta, la città si metteva a fuoco. Era in bianco e nero, come si addice a un’immagine che affiora dalla letteratura, o dall’inverno: aristocratica, un po’ fosca, fredda, in una luce scialba, con accordi di Vivaldi e Cherubini per sottofondo, con corpi femminili drappeggiati, quelli di Bellini/ Tintoretto/ Tiziano, al posto delle nuvole. E giurai a me stesso che se mai fossi riuscito a tirarmi fuori dal mio impero, per prima cosa sarei venuto a Venezia, avrei affittato una camera al pianterreno di un palazzo, in modo che le onde sollevate dagli scafi di passaggio venissero a sbattere contro la mia finestra, avrei scritto un paio di elegie spegnendo le sigarette sui mattoni umidi del pavimento, avrei tossito e bevuto; e quando mi fossi trovato a corto di soldi, invece di prendere un treno mi sarei comprato una piccola Browning di seconda mano e, non potendo morire a Venezia per cause naturali, mi sarei fatto saltare le cervella”.

Venezia è affetta da un male incurabile che contagia chiunque abbia la ventura di percorrerla, anche per poco, anche come meta di una sporadica e distratta gita, anche superficialmente attraverso i suoi luoghi più noti e risaputi, guardando con ottusa distrazione la materia di cui è fatta. Venezia è affetta dal male incurabile del suo eccessivo lirismo, della sua propensione al romanticismo più bieco e un po’ melenso. Si può partire prevenuti, si torna innamorati di lei, inevitabilmente, e, per gli spiriti più contorti, vergognosamente innamorati di lei. Come se fosse un poco indegno riconoscere di essere stati soggiogati, come tutti, dal suo fascino fulgido e un po’ decadente, dalla sua velata malinconia, da quel suo essere, come i porti di Pessoa, una malinconia di pietra. Un libro su Venezia scritto da un poeta potrebbe rappresentare quindi un pericolo ulteriore, una trappola inevitabile in cui cadere per poi trovarsi invischiati in un facile ma sporadico e momentaneo battito del cuore, in quella facile debolezza che solo superficialmente assomiglia all’ansito e alla potenza della vera poesia. Se questo poeta non fosse un russo, se non fosse Iosif Brodskij, se il suo omaggio a Venezia non fosse in realtà l’esito di una storia fatta di lontane suggestioni, di testarda determinazione e, infine, di pervicace consuetudine. Non un’illuminazione quindi ma una conquista, non una meta ambita ma una reale scelta di vita determinata per quanto possibile al radicamento. Perché questo succede quando un luogo diventa realmente luogo dell’anima, lo si vorrebbe possedere, ed il desiderio di possesso genera per sua natura uno sguardo diverso.

Continue reading

László Krasznahorkai, “Satantango”

LÁSZLÓ KRASZNAHORKAI – Satantango – Bompiani

Satantango

“Cullati dai suoni vellutati della fisarmonica, i ragni della kocsma si lanciarono al loro ultimo attacco. Fecero calare leggere reti sopra le bottiglie, i bicchieri, le tazze, i posacenere, circondarono le gambe dei tavoli e delle sedie, dopo di che – con alcuni lievissimi fili segreti – congiunsero tra loro quelle reti, come se per loro fosse importante percepire ogni minimo movimento, ogni più piccolo fremito, nascosti nelle loro tane oscure e insvelate, finchè quella loro rete misteriosa, perfetta e quasi invisibile, rimaneva inviolata. Intrecciarono i visi degli addormentati, i loro piedi e le loro mani, poi velocissimi corsero a nascondersi nei loro rifugi, per poter ricominciare quel criptico lavorio in attesa del fremito di uno di quei fili tenui come un soffio”.

Così termina la prima parte di “Satantango” e anche il capitolo dedicato a quel tango “satanico” da cui ha origine il titolo musicale, misterioso e anche vagamente inquietante del romanzo, capitolo centrale nell’economia della narrazione, perché prelude ad una svolta, pone termine ad una lunga attesa, celebrando una sorta di rito pagano, dionisiaco si potrebbe dire, perché l’alcool e il ritmo lento e suadente della fisarmonica induce tutti i presenti – il gruppo di protagonisti di questo romanzo corale – ad abbandonare i propri freni inibitori e a lasciarsi trasportare dalla travolgente e nostalgica melodia. E nessuno fa più caso al fatto che la danza calpesti il pavimento lurido di una bettola circondata dal nulla, che i cavalieri siano uomini abbruttiti dalla fatica di una vita precaria e senza speranza, che le dame siano donne squallide e volgari e che tutti indifferentemente siano sotto l’effetto dei litri di pálinka (il tradizionale liquore ungherese) ingurgitati con ingordigia e disperazione.

Continue reading

José Saramago, “L’anno della morte di Ricardo Reis”

JOSÉ SARAMAGO – L’anno della morte di Ricardo Reis – Feltrinelli

Asterusher

“Quella sera, ormai tardi, Ricardo Reis scrisse alcuni versi, Come pietre che sul bordo delle aiuole mette il fato, e lì restiamo, questo solo, più tardi avrebbe visto se da così poco sarebbe riuscito a ricavarne un’ode, per continuare a dare questo nome a composizioni poetiche che nessuno saprebbe cantare, ma erano poi cantabili, e con che musica, com’erano state quelle dei greci, ai tempi loro. Vi aggiunse ancora, mezz’ora dopo, Compiamo ciò che siamo, nulla di più ci è dato, e scostò il foglio di carta, mormorando, Quante volte l’avrò già scritto in altri modi”.

Che il poeta portoghese Fernando Pessoa costituisca insieme ai suoi eteronimi una moltitudine, “una sola moltitudine”, è noto a tutti i suoi lettori ed estimatori. E che questa moltitudine sia in realtà una costellazione poetica che cerca tutte le strade possibili per dire ciò a cui una sola voce potrebbe a stento tentare di avvicinarsi è altrettanto noto a chi legge la straordinaria quantità di versi che la compongono, ritrovandosi sul limitare di sensazioni anch’esse multiple e non sempre facilmente definibili che oscillano tra una insopprimibile pena, una commossa condivisione e un senso di vertigine per effetto della lucidità e della profondità con le quali essi vanno tratteggiando il ritratto interiore di una individualità capace di osservarsi con disillusione e disincanto, senza però mai banalizzare se stessa e quel groviglio interiore che è insieme la sua ricchezza e la sua dannazione.

Continue reading

Wolfgang Hildesheimer, “Tynset”

WOLFGANG HILDESHEIMER – Tynset – Edizioni del Mosaico

Asterusher

“Tuttavia voglio recarmi a Tynset, il mio desiderio s’irrigidisce, non riesco a staccarmene… benché anche Tynset, tutto sommato, non si rivelerà altro che una conferma di quel che ho sempre immaginato e ormai so da un pezzo: cioè ch’io mi muovo in una realtà mostruosa, apparentemente libero, in realtà legato, in una prigionia piena di maltrattamenti nascosti che spesso… no: che talvolta sembrano carezze, ma per le quali dobbiamo pagare un caro prezzo… in una gabbia che non offre possibilità”.

Ci sono libri che ogni lettore deve ad altri lettori, come un regalo, o un lascito, forse perché la fortuna di averli incontrati, per puro caso o prezioso consiglio, si trasforma nella responsabilità di continuare a farli vivere. E’ il caso di questa opera, di questa “prosa monologica” – così l’autore stesso la definisce nel sottotitolo – che, uscita in Italia nel lontano 1968 presso Rizzoli, è stata fortunatamente di recente riedita da una piccola e coraggiosa casa editrice di Tirano (SO), che ne ha prolungato, per così dire, la vita editoriale, dando ai lettori italiani la possibilità di mantenere viva la memoria di una scrittura straordinariamente raffinata e intensa, presentandola in una veste grafica elegantemente curata e dotandola di apparati veramente illuminanti, in grado di offrire ulteriori possibilità per ampliare la conoscenza di Hildesheimer e della sua opera.

Continue reading

Michele Mari, Francesco Pernigo “Asterusher – Autobiografia per feticci”

MICHELE MARI, FRANCESCO PERNIGO – Asterusher – Autobiografia per feticci – Corraini Edizioni

Asterusher

“Perché questo noi siamo: la nostra scrittura e le nostre cose; questo il nostro lascito e, ben più esattamente che in una nota biografica, il nostro curriculum”.

Inizio col dire che, per struttura, forma, composizione, scelta di materiali e colori che lo fanno assimilare ad un piccolo catalogo d’arte, il libro soddisfa sia il senso estetico che la curiosità del lettore e appare, semplicemente al tocco o anche al primo frettoloso sguardo, particolarmente accattivante. Una simmetria piana e ordinatrice sembra deputata a contenere, senza disperderla e senza soffocarla o immiserirla, una materia iconografica e linguistica sovrabbondante che respira e agisce ben oltre il primo sguardo o la prima lettura. Si tratta di case, o meglio, di interni di case, delle due in cui la vita di Mari è trascorsa e trascorre, di case e di oggetti in essa contenuti – “Le case sono mie: mia la vita trascorsavi; miei gli oggetti e il senso che li investe” – quella di Nasca, la casa avita, di campagna, e quella di Milano. Ad esse sono dedicate le due sezioni del volume, i due repertori fotografici, identici nel numero di pagine, ventitré per ogni casa, e nella impaginazione (le fotografie – bellissime, di Francesco Pernigo – occupano gran parte della pagina e sono introdotte da didascalie che, per la loro natura, non tanto e non solo esplicativa, costituiscono la parte letteraria del volume).

Continue reading